La Pieve di S. Pietro di Feletto (Parte Prima- La storia.


Cristo della Domenica- S.Pietro di Feletto

La chiesa di S. Pietro di Feletto  risale al secolo VIII . Alcuni frammenti e geometrie a nastro la fanno risalire a quel tempo.Navata unica, abside semicircolare era all’origine così molto probabilmente come erano probabili delle fondamenta su cui farla appoggiare. Alcuni mattoni ritrovati avevano il bollo romano. Pur non essendo collocata nelle allora vie di comunicazione principale, la sua posizione di osservazione dall’alto del colle non è passata inosservata agli antichi che l’hanno probabilmente usata a scopo militare avendo la possibilità di dominare dall’alto un vasto territorio .

Luogo di importante aggregazione per tutti gli abitanti

Il titolo di “Pieve” (ecclesia plebis) dimostra l’importanza che nell’antichità la chiesa aveva nel ruolo di coordinamento territoriale del Feletto. Unico Battistero (ecclesia baptismalis) nella zona collinare , quindi un punto di riferimento per ricevere i sacramenti e le celebrazioni liturgiche, oltre che all’istruzione al catechismo per tutta la zona collinare e agli inizi anche per Conegliano, fino a quando un ruolo importante verrà più avanti attribuito a S.Leonardo che avrà la sua pieve con l’arrivo dei Franchi.

La costruzione odierna ci riporta al 1124, anno in cui si ha il primo documento indiretto che parla della chiesa attraverso il nome del “Pievano”. La struttura è Romanica con l’impianto basilicale a tre navate con tre absidi, la più grande delle quali coincide con quella costruita in tempo Longobardo. L’orientamento Est-Ovest che forse, derivando dalla concezione dell’Alfa e dell’Omega (inizio e fine) concepiva l’Est come il luogo dell’inizio (e qui, all’interno ad est, si trova collocato il Cristo Pantocrator) e dell’illuminazione (comune anche ad altre religioni) e l’Ovest come il tramonto, la fine, il completamento della vita. Infatti Gesù aveva come simbolo il Sole (Sol justitiae, Sol invictus, Sol salutis) e la direzione est era simbolizzata dalla croce, simbolo della vittoria.Nel Medioevo le chiese erano generalmente progettate a forma di croce, generalmente latina, con l’abside orientato ad est. L’ingresso principale era quindi posizionato sul lato occidentale, in corrispondenza dei piedi della croce in modo che i fedeli entrati nell’edificio camminassero verso oriente simboleggiando l’ascesa di Cristo.

L’ampio porticato nella facciata ovest da dove si entra dalla porta principale, è uno degli elementi che caratterizzano dal punto di vista architettonico la chiesa. Nelle immediate vicinanze si trovavano allora i cimiteri, fatti spostare da un decreto napoleonico che li considerava non consoni alla salute.

Sulla costruzione del portico esistono dei dubbi che lo collocherebbero ad una età sucessiva a quelli di S.Michele di Feletto e di S. Leonardo a Conegliano. Si pensa che una struttura più piccola esistesse già tra il XII e il XIII secolo. Gli affreschi che si trovano sulla facciata risultano in qualche modo disturbati dalle travature presenti oggi e sembra impossibile che gli artisti che li hanno realizzati si siano improvvisati contorsionisti e abbiano scelto di inserire le loro opere (come palese nel Cristo della Domenica) tra le travature che tagliano in due la figura stessa. Chiunque abbia a che fare con le arti visive, allora come oggi non avrebbe mai accettato un compromesso del genere che disturba molto la visione totale del rettangolo entro il quale è rappresentata la più singolare figura del Cristo di tutto il Veneto. (FINE DELLA PRIMA PUNTATA)

Una Perla nella campagna Veneta


L’oratorio di San Biagio a Baver: una perla di storia custodita a Pianzano di Godega, tappa degli itinerari pellegrini

L’Oratorio di San Biagio a Baver, in località Pianzano nel Comune di Godega S.Urbano, era in origine proprietà del Patriarcato di Aquileia, poi alla chiesa di Grado, e al Patriarcato di Venezia. Oggi è nelle mani della famiglia Dal Cin che abita a pochi passi e ne custodisce con cura gelosamente l’accesso.

L’Oratorio era inserito in quegli itinerari antichi religiosi che vedevano passare i viandanti e i pellegrini in luoghi di culto importanti. L’edificio è piccolo e consta di una sola stanza che ospita dei semplici banchi di legno disposti su due file laterali, che aprono il passaggio verso l’altare.

Ricchissime le decorazioni: gli affreschi sono in buono stato di conservazione, a parte qualche tratto che ha subito il giogo del tempo ma che nel complesso ritornano all’osservatore una quantità di dettagli che lasciano a bocca aperta.

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L’autore è sicuramente stato di influenza Gotica e d’oltralpe, lo si evince dalla forza espressiva dell’insieme e anche dei particolari. Gli spicchi della volta a crociera ci mostrano i quattro Dottori della Chiesa, seduti su poltroncine di legno: San Agostino, San Gerolamo, Sant’Amobrogio e San Gregorio Magno, hanno vicini i quattro evangelisti.

Molto concitata e “rumorosa” visualmente la Crocifissione: il racconto è drammatico, la rappresentazione quasi teatrale, coinvolge lo spettatore con figure di gente in gran movimento.

Il paesaggio lascia ituire l’ambientazione a Gerusalemme e un colle alberato richiama l’oratorio di Baver. Sulla parete, sotto la Crocifissione, Cristo Benedicente al centro guarda l’osservatore con un’espressione di Pace e di grande serenità.

Alla sua destra S. Giovanni, S. Andrea,a sinistra S.Giacomo minore, S. Pietro e S. Matteo. Nella parete a sinistra S. Bartolomeo, S. Giacomo maggiore,S. Tommaso, S. Simone caratterizzato dalla barba bianca.

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La parete di destra ci mostre S.Mattia, S. Giuda Taddeo, e S. Filippo. Anche le figure degli Apostoli sono fortemente marcate. S.Pietro in un’inedita posa con lo sguardo verso il cielo, San Biagio, che da il suo nome all’Oratorio è rappresentato in una delle lunette laterali al quale viene attribuito il potere di sanare i mali della gola. A destra gli episodi del suo martirio avvenuto mediante scorticazione e sucessivo taglio della testa.

Non si riesce comunque a risalire al committente di questa opera che nel suo insieme doveva apparire molto ricca e carica di colore. I materiali usati ne rivelano l’importanza, per ragioni a noi sconosciute, come sconosciuto rimane putroppo l’autore che è comunque datato a fine Quattrocento.

Nelle restanti raffigurazione si vede l’opera di una o più mani diverse: potrebbe trattarsi di un pittore del Nord o con radici in quelle zone e lo si evince dalle espressioni truci e drammatiche che troviamo specialmente nella Crocifissione.

Una chiesetta che sicuramente vale una visita per assaporare i colori e una rappresentazione piacevolissima che regalerà al visitatore un ricordo sereno e rilassante.

(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).

Il fratello di Padre Cosma (95 anni) racconta chi era il Primo Martire della Diocesi.


Codognè, “Così era mio fratello, il Beato Cosma Spessotto”: il racconto e i ricordi del 95enne Pietro



Era a Roverbasso, la frazione del Comune di Codognè che il Beato Cosma Spessotto trascorreva alcuni mesi ogni volta che tornava dalla missione in Salvador, dove il 14 giugno 1980 ha trovato la morte per mano di due sicari armati di mitra che lo hanno freddato davanti all’altare dove stava per celebrare la Messa.

Le sue ultime parole “Perdono, perdono” la dicono lunga su chi fosse il frate francescano che fin da piccolo voleva andare in missione. Il fratello Pietro, di 95 anni, ricorda i momenti spensierati passati assieme al fratello che aveva due anni più di lui: “Lo seguivo dappertutto, lui era speciale, un tipo che amava scherzare, forte e determinato ma con una dolcezza disarmante“.

“Aveva sempre una buona parola per tutti – continua Pietro -. Ho pianto quando ho saputo che era stato proclamato beato ma felice che il suo martirio sia stato riconosciuto. Lui voleva bene ai suoi ragazzi e alle famiglie che seguiva con tanto amore laggiù in Salvador. Sapeva di correre dei pericoli ma non aveva paura di niente”.

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“Fu ordinato sacerdote nel 1948 e destinato alla parrocchia di San Francesco a Vittorio Veneto .- prosegue -. Da quando nel 1950 partì in nave da Genova per El Salvador, passarono otto anni prima che lo rivedessimo. Abitavamo in via Ariosto, a Roverbasso e lui si fermo per sei mesi, così come nel 1973 e nel 1978”.

Fu quella l’ultima volta che lo videro vivo e singolare il modo in cui vennero a sapere della sua tragica fine: “Eravamo in chiesa quella domenica. Il parroco, don Paolo interruppe la celebrazione per dare pubblicamente la notizia. Mio fratello Giuseppe si alzò e usci di chiesa piangendo. Mia figlia ed io restammo fino alla fine della Messa con il cuore infranto dal dolore“.

Un dolore che si è trasformato in una gioia immensa all’annuncio della beatificazione, arrivato per mezzo di don Lucio Marian, il parroco di Codognè.

Domenica 14 giugno, nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa, a Mansuè i familiari e le comunità di Basalghelle Mansuè, assieme ai frati francescani minori della basilica di Motta di Livenza, si sono stretti attorno al vescovo di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo, per una celebrazione solenne.

(Fonte: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
(Foto e Video: Pio Dal Cin).
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Un’arte che scompare. Un vero artista dei motori : Gaetano Rossi. L'”Highlander dei meccanici”.


Codognè, la storia del meccanico Gaetano Rossi: da 50 anni il mago dei motori e carrozzerie d’epoca

Gaetano Rossi è sicuramente uno degli ultimi meccanici di un’epoca che fu. La sua conoscenza di motori e carrozzerie arriva da molto lontano e l’arte gli è stata trasmessa da papà Giovanni, classe 1914.

In bicicletta ogni giorno da Codognè a Oderzo per raggiungere in qualsiasi stagione, con qualsiasi tempo, l’officina che si trovava dietro alla stazione delle corriere, suo padre anno dopo anno ha immagazzinato conoscenze preziose fino a imparare tutti i segreti di un’arte diventata la sua vera passione che ha poi trasmesso a Gaetano, il quale l’ha portata avanti per cinquant’anni, riparando e aggiustando motori, ricostruendo e inventandosi pezzi che non riusciva a trovare sul mercato da solo.

Un mago del motore e della carrozzeria. Gaetano ha deposto chiavi inglesi e cacciaviti nel 2014. “Cinquant’anni di attività mi sembravano abbastanza” afferma il “mago delle auto antiche”, classe 1949.

“Subito dopo la sesta elementare ho deciso di seguire le orme di mio padre e di imparare quel mestiere che mi appassionava così da diventare una parte importante della mia vita” racconta.

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Tra le auto rimesse a nuovo Gaetano può andar fiero della 1100 nera che appartenne all’allora vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani che tutt’ora si trova in paese e fila liscia come l’olio per le strade di tutta Italia.

Lo stesso vale per la Balilla di Berto Busiol, anno 1934 rimessa in sesto sia nel motore che nella carrozzeria, tre marce, mille di cilindrata e 24 cavalli. “Con la Balilla ho scollinato lungo tutti i passi dolomitici senza problemi.

Basta andare piano e affrontare la salita con calma”.  Altri due “pezzi” importanti che Gaetano usa saltuariamente in occasione di cerimonie matrimoniali sono la Rolls Royce (recuperata a Londra con una spesa doganale di 6 milioni di lire) e una Bentley acquistata in una concessionaria e rimessa a nuovo. Un vero artista che ha raccolto il testimone del padre che aprì l’’officina in via Roma a Codognè nel lontano 1958.

Difficile sostituirlo e difficile accettare che una così preziosa conoscenza non venga raccolta e perpetuata nel tempo da qualcuno che con la stessa passione di questi due maghi del motore che hanno regalato a centinaia di appassionati la gioia di rivedere le loro auto ritornare allo splendore di un tempo.

(Fonte: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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Fare della propria passione il proprio lavoro diventa un piacere, anche a 91 anni.


Codognè, Luigi “Gigetto” Dall’Ava calzolaio a 91 anni e non ha intenzione di smettere. Il segreto? Calma e passione

Luigi Dall’Ava svolge ogni giorno, da ormai una vita, l’attività di calzolaio a Roverbasso, frazione di Codognè, poco prima del ponte che sovrasta la Resteggia.

La passione per questo antico lavoro artigianale gli è stata trasmessa da Antonio Padovan. Tony era il calzolaio della borgata e Luigi, “Gigetto” per tutti, era affascinato dal ticchettio che proveniva dall’atelier di Tony. Quando rientrava da scuola, finiti i compiti, non vedeva l’ora di infilarsi nella sua bottega, cercando di capire e carpire i segreti di un’attività che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita.

Niente di straordinario se non per il fatto che oggi, nel 2020, alla veneranda età di 91 anni il calzolaio di Roverbasso non ha ancora smesso di esercitare la sua professione.

“Vengono tutti i miei vecchi clienti, da tanti paesi, vicini e lontani – racconta l’arzillo Gigetto mentre ripara una scarpa seduto sull’inconfondibile sgabello del mestiere, di fronte al quale un piccolo tavolino è pieno di chiodi e chiodini di tutte le misure pronti ad essere utilizzati dalle sue mani callose ed esperte -, me la prendo con calma, faccio quello che posso, per passione, come sempre“.

“I miei mi avevano indirizzato ad un negozio artigianale di sartoria della zona ma, sinceramente, non mi sentivo attratto da quel tipo di lavoro – prosegue con un sorriso il signor Dall’Ava -. Ero invece affascinato dall’abilità e dall’armeggiare con le scarpe e con gli attrezzi del mestiere di Tony e allora gli chiesi se potevo imparare quel bellissimo mestiere. Lui mi disse subito di sì e fu così che per tre anni mi dedicai anima e corpo ad imparare quello che sarebbe stato il mio lavoro per il resto della mia vita“.

“Ricordo che iniziavo alle 8 del mattino e finivo alle 10 della sera, con la pausa per il pranzo ovviamente – continua Gigetto -, ma quel lavoro non mi stancava e Antonio era molto d’aiuto ad insegnarmi i trucchi del mestiere”.

Finiti i tre anni di apprendistato, Gigetto si trasferisce a lavorare a Cimavilla, dove rimane fino alla chiamata al servizio militare, prima a Modena per il CAR (Centro Addestramento Reclute) e poi a Roma come carrista, per poi essere trasferito ad Aviano. Terminata la naja, Dall’Ava ritorna a Roverbasso, dove apre il suo negozio di calzolaio.

Creavo le scarpe e le vendevo nel mio piccolo negozio in centro – racconta felice Luigi -. Da allora non ho mai smesso e continuerò fino a che le forze me lo permetteranno“.

All’età di trent’anni Gigetto si sposa e dal matrimonio nasceranno due figli, un maschio e una femmina, che oggi gestiscono il negozio di calzature all’interno del quale si è ritagliato lo spazio per continuare a lavorare.

Una grinta e una determinazione veramente uniche quelle che trasmette questo arzillo signore, che per la sua estrema lucidità non dimostra assolutamente le novantuno primavere appena compiute.

“Il lavoro che faccio mi affascina ancora, come sempre, ma tante cose sono cambiate: ci sono molte persone che portano le scarpe ad aggiustare e poi si dimenticano di venire a ritirarle – afferma Gigetto -. Questo non succedeva una volta. Oggi mi trovo costretto a chiedere un numero di telefono, così se si scordano di avermi portato le scarpe da aggiustare faccio un colpo di telefono”.

Il suo laboratorio ha ancora quell’aspetto antico che era tipico e frequente in tempi lontani, quando i calzolai erano ovunque, le scarpe venivano create da loro e, se dopo qualche anno avevano bisogno di un ritocco, venivano rimesse a nuovo dalle sapienti mani di questi artigiani. Nell’atelier del signor Dall’Ava ci sono ancora le forme di legno sulle quali modellare le scarpe.

Vuol sapere un segreto? Quando mi chiedevano di creare un paio di scarpe nuove sapevo per esperienza che, se le avessi fatte strettamente su misura, sarebbero tornati per dirmi che erano troppo strette – conclude Gigetto -. Con l’esperienza ho capito che dovevo farle leggermente più grandi, non troppo, ma giusto quel poco da permettere al piede di stare bello comodo“.


(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
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San Polo. La chiesetta di S.Giorgio. Un’ultima cena che vi farà fare una domanda? Giotto? Da non perdere.


Un gioiellino nascosto ma facilmente raggiungibile dal centro di Ormelle. La chiesetta di S.Giorgio val bene una visita. Un’ultima cena che vi farà chiedere se siete davanti a un dipinto di Giotto tanto è bella. Gesu’ e gli apostoli mangiano gamberi e bevono vino rosso, due prodotti del territorio. Da non perdere .Nel silenzio della campagna tra Ormelle e San Polo di Piave, in località San Giorgio, si erge l’omonima chiesetta. La porta è aperta. Entrando in silenzio lo sguardo è subito catturato dall’ “Ultima Cena” dipinto con maestria da Giovanni di Francia nel 1466.

Prima di descrivere quest’opera che per la simbologia e la tecnica pittorica può sicuramente essere annoverata tra le migliori dedicate a questo tema, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Dall’iscrizione in latino, sotto l'”Ultima Cena” si evince che gli affreschi furono commissionati all’artista con chiara volontà degli abitanti di allora (HOC OPUS). La stessa volontà è ritornata a vivere quando nel 1974, gli abitanti della frazione di S. Giorgio espressero la ferma volontà di restaurare questa straordinaria opera, assieme ovviamente alle altre presenti nella Pieve. Emblematico il discorso che fece uno dei promotori di questo restauro, il maestro Ircano Zanet, il quale, durante una pubblica manifestazione, culminata con un concerto, tenutasi il 9 novembre del 1973, sollecitò l’intervento dello Stato, ma non solo, allargandolo a tutti e motivandolo con parole che fanno riflettere “

E’ il caso quindi di domandarci se in una saggiamente ordinata gerarchia di valori non trovi posto(e magari anche un piccolo palco d’onore) la conservazione e quindi il restauro di questa chiesetta di S. Giorgio, che, in armonia di linee e con il linguaggio del colore, ci avvicina e ci rende partecipi alla vita degli antichi padri, che in questa terra operarono in fede e civiltà…[….] I nostri antenati quindi attraverso la realizzazione di questi affreschi nella loro chiesetta dimostrano quella sensibilità all’arte, coniugata alla fede, che in molti non si sarebbero aspettati. I veneti, dipinti troppo spesso come rozzi lavoratori e negli stereotipi , più portati ad alzare una vanga o un bicchiere di vino, dimostrano al contrario una sensibilità verso l’arte che li nobilita e ci rende fieri di appartenere a questo grande popolo.L’opera è di una semplicità veramente disarmante.. I dodici apostoli sembrano chiacchierare tra di loro con la cordialità che è solita di amici seduti alla stessa tavola. Diversamente da altre opere più famose i commensali sono in piedi. L’unico seduto, e volutamente imbruttito è Giuda che appare più piccolo degli altri. I particolari sul tavolo arricchiscono l’opera d’arte con la oggetti e cibo di comuni, che ci avvicinano ancora di più a una figura del Cristo famigliare, consueta, vicina al quotidiano. Gli altri tre riquadri devozionali presenti nelle pareti della chiesa ritraggono “La Madonna con bambino in trono e San Francesco d’Assisi” “San Sebastiano e San Bernardino da Siena” “San Giacomo Maggiore e SAnt’Antonio Abbate” ad opera dello stesso autore e datati nello stesso anno il 1466.Una chiesetta che vale sicuramente la pena visitare e che pur essendo geograficamente collocata nel comune di S.Polo di Piace, si raggiunge in un paio di minuti dal centro di Ormelle.

Un Gioiello tra le Colline. Nascosto e aperto un solo giorno all’anno.


I segreti e le leggende della chiesetta di San Michele a Miane, che apre in segreto una volta all’anno

La chiesetta di San Michele Arcangelo è ben nascosta tra i vitigni delle Colline Patrimonio dell’Unesco: un luogo ameno, tra le colline di Serre, a Miane, che ispira pace e meditazione costruito circa nel 1340 dai monaci benedettini della vicina Abbazia di Follina.

Il luogo è tranquillo e isolato, probabilmente scelto allora dai frati per poter ritirarsi in meditazione e preghiera, lontani dai rumori e dal trambusto quotidiano. Il moto “Ora et Labora” (prega e lavora) si addice benissimo a questo solitario borghetto composto da tre edifici separati ma vicini tra loro. Al centro la piccola chiesetta che dall’esterno non presenta caratteristiche tipiche del secolo in cui è stata edificata.

A sinistra, volgendo le spalle alla piccola porta d’entrata si trova il vecchio rudere, che fungeva da refettorio, dove i frati si riunivano per i frugali pasti che dividevano con i bisognosi che salivano fin quassù, sicuri di trovare ospitalità.

A destra la vecchia stalla dove i benedettini alloggiavano il bestiame che avrebbe fornito latte per i formaggi e carne per il loro sostentamento. Le viti circondano i tre edifici e sicuramente anche allora il vino era di buona qualità.

Lo sguardo del visitatore si perde, spaziando a 360 gradi tra le Colline, regalando una vista unica, che coniuga la vera essenza di questi luoghi con la sua storia più antica.

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Si può solo immaginare come potrebbe essere d’inverno, con la neve: un vero e proprio Presepe oppure tornare indietro nel tempo e immaginare i frati Benedettini che lavorano i vigneti, accudiscono il bestiame nella vicina stalla, per poi pranzare assieme nel piccolo refettorio, con i loro prodotti, come olio, vino, formaggio,e pane sicuramente fatto in un vecchio forno.

Questa è la chiesetta di “San Micel” che viene aperta al pubblico una sola volta all’anno, in una data che non verrà svelata per tutelarne la pace e la tranquillità.

L’interno si sviluppa in uno spazio lungo e ristretto, adatto per poche decine di fedeli. Anche qui mancano i riferimenti all’epoca di costruzione ma l’occhio è attratto quasi subito dall’originale altare ligneo sul quale troneggia una pala centrale che raffigura una Madonna con Bambino ai piedi dei quali sulla destra S. Antonio con il giglio che lo contraddistingue in mano rivolge lo sguardo alla Vergine, e sulla sinistra San Michele che tiene in mano una bilancia a significare la Giustizia. Ai suoi piedi raggomitolato e sconfitto il demonio. Ai lati della pala due figure femminili.

L’occhio del visitatore è subito attratto dall’altare ligneo originale e dalla “pala” che è posta sopra di esso, rappresentante la figura della Vergine con il Bambino alla destra della quale la figura familiare di Sant’Antonio da Padova con in mano un bel giglio bianco. A sinistra, la figura di S. Michele Arcangelo con la spada mentre controlla Lucifero, ormai sconfitto e inerme ai suoi piedi.

Si racconta, inoltre, che un’acqua sgorgante a valle, una volta benedetta in questo luogo sacro, divenisse miracolosa, tanto da scacciare i demoni e guarire le streghe. La dedicazione a San Michele, vincitore su Lucifero, testimonia questa peculiarità.

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La chiesetta cominciò a diventare punto di raccolta di olio, vino, uva, sorgo, frumentone per le parrocchie della Pieve di Miane; la tradizione di consegnare il quartese, cioè la quarantesima parte del raccolto presso San Micèl, si protrasse fino ai primi anni settanta.

L’edificio è stato ristrutturato più volte nel corso dei secoli e gli affreschi originali sono stati, purtroppo, ricoperti. il triangolo sopra la pala: rappresentante il Creatore circondato da cherubini che, indicandoci la colomba dello Spirito Santo, sembra aprirsi in un amorevole abbraccio verso l’intera umanità; le due tele ai lati dell’altare, a sinistra per chi guarda: dedicazione a Sant’Agata con martirio tramite asportazione di entrambi i seni; a destra: dedicazione a S. Eulalia con martirio tramite asportazione di entrambe le mani.

Cesare De Stefani, dell’Osteria Senz’Oste, è da sempre un assiduo frequentatore di questo luogo ameno: “Vengo qui da tanti anni ormai – dichiara l’Oste più famoso d’Italia – È un posto dove vengo a riposare la mente e lo spirito, a meditare. Mi siedo da solo guardando le Colline, mi sembra di respirarne la Storia. È un luogo speciale dove rimanere in silenzio e ascoltarsi, staccare la spina, isolarsi anche se solo per un’ora dal trambusto quotidiano”.

(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
(Video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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Due Eroici Vecchietti sulle Colline di Conegliano Valdobbiadene dal 1865


Da Gino e Beppa Gallina: la più antica osteria delle colline Unesco. La battaglia più dura? Resistere per ricordare

Se i “casoin” rappresentano per le Colline di Conegliano-Valdobbiadene e l’intero territorio l’ossatura e la storia, le osterie, quelle più antiche ne rappresentano l’anima. Un caso su tutti è l’osteria Gallina, a Santo Stefano di Valdobbiadene, senza ombra di dubbio la più antica, non solo delle Colline promosse dall’Unesco, ma di tutta la Sinistra Piave.

Nel 1865 la gestiva Pietro Gallina e non erano chiamate “osterie” ma “punti di riferimento” e in seguito “frasche”. A testimoniare la longevità di questa “bomboniera del passato” le vecchie foto appese al muro, in fondo alla sala principale, arredata con semplicissima cura, pulita e sobria.

La prima a sinistra ritrae Pietro, il nonno di Gino Gallina, l’attuale gestore, classe 1941. È un uomo con i baffoni stile ottocentesco, abbottonato in una splendida divisa militare. Alla sua sinistra il papà di Gino, Giovanni che l’ha gestita per 55 anni. Dopo le foto un vecchio ma funzionante orologio scandisce le ore.

“Quande che tu mor cavon l’orolojo e meton su la to foto… i me à dita cusì” scherza la siora Beppa, l’arzilla moglie del gestore, una grinta da vendere, il sorriso sempre acceso su quelle gote che danno il senso della cuoca casalinga pronta a servire un buon bicchiere di Cartizze, un tagliere di affettato con un pane che sembra appena uscito dal forno o un buon caffè corretto.

“Vede quella foto lassù?” dice, indicando un bambino con i riccioli -. È il mio Gino all’età di sette anni”. Lui si avvicina e teneramente si stringono per una foto ricordo. Sembrano due ragazzini innamorati (nella foto di copertina).

la più antica osteria 2

Un’altra vecchia foto testimonia la longevità di questo locale: è la foto del cinquantesimo di matrimonio di Giovanni Gallina, papà di Gino: “Prima di mio suocero Giovanni c’era suo padre e questo ci porta alla fine dell’Ottocento. Questa osteria era qui durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. Oggi siamo ancora qui, cerchiamo di tenere duro e andare avanti, anche se la battaglia più dura è quella con la burocrazia”.

Il paradosso è che realtà come questa, che rappresentano veramente l’anima di quello che ha portato queste Colline ad essere conclamate come Patrimonio dell’Umanità, rischiano di chiudere. Sarebbe veramente come vedere sparire una specie dalla faccia della Terra.

Questa osteria, assieme alle altre piccole realtà sparse su tutto questo meraviglioso territorio, non solo rappresentano, ma sono il vero Patrimonio dell’Umanità.

A fianco del locale il prezioso vitigno. È sempre rimasto uguale da allora, a testimoniare il binomo tra accoglienza, rappresentata dall’osteria con cucina, e il lavoro della vite che, grazie a questo frutto della terra, ha reso famoso nel mondo questo territorio da cui trasuda veramente l’Umanità di chi lo vive e lo abita da secoli.

Il vigneto ha una pendenza da brivido e la Beppa ne sa qualcosa: quattordici anni fa perse l’equilibrio, durante la vendemmia, rotolando rovinosamente per decine di metri.

Arrivò l’elicottero del Suem. Non potendo atterrare era necessario calare il medico per i primi soccorsi con il verricello, fu usato anche un fumogeno per indicare meglio la posizione della sfortunata signora che si fratturò un paio di vertebre: “Ho fatto dieci giorni di ospedale, poi una lenta convalescenza e pian pianino mi sono rimessa in piedi”.

In piedi come una vecchia quercia, in piedi come questa antica osteria che dà ancor oggi la sensazione di entrare in un mondo che appartiene al passato, dove la tovaglia blu con i cuoricini bianchi ospita un tagliere con una soppressa dal profumo antico. L’immancabile Cartizze servito nei “goti” da ombre e alla fine un buon caffè con la “graspa”.

È qui che si ha la sensazione di rivedere come in un vecchio film tutte le scene di un passato che ci appartiene, che non deve essere cancellato ma va tutelato come patrimonio storico, come si fa con le auto d’epoca, che non pagano il bollo, così dovrebbe essere per questi storici locali.


(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it)
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Vittorio Veneto. E’ mancato Antonio Palazzi, grande uomo e storico ristoratore del nostro territorio. Il ricordo di Luca Zaia.


Caro Tonino, Fino a ieri ti ho sempre chiamato “signor Palazzi”. Oggi che hai deciso di lasciarci mi permetto questa libertà. Abbiamo lavorato assieme all’Hotel TERME negli anni SETTANTA. Io ero un giovane receptionist, tu il proprietario dell’Hotel e del RISTORANTE che in quegli anni era identificato come “Il RISTORANTE di VITTORIO VENETO”. Ricordo i tuoi modi gentili e rispettosi verso tutti, ei un instancabile lavoratore, preciso e attento; ordine e pulizia le tue regole basilari. Eri riuscito a rinnovare la CUCINA VENETA facendola sposare con quella della tua TERRA d’origine, le MARCHE. Dietro la reception dell’hotel dove svolgevo la mia attività di portineria c’era un minuscolo ufficio, dove entravi spesso. Eravamo spesso in contatto durante la giornata e di tanto in tanto veniva fuori il tuo sottilissimo senso dell’umorismo. Ci concedavamo una breve pausa, un sorriso e poi di nuovo al lavoro. Mi piacevi anche quando ti arrabbiavi perchè avevi un modo tutto tuo di sfogarti, che terrò segreto e conserverò nei miei ricordi. Sei sato veramente un uomo buono e chi, come me, ha avuto il privilegio e l’onore di conoscerti non ti dimenticherà. Adesso sono sicuro che riposerai in pace, hai sempre lavorato tanto, eri instancabile e inarrestabile. Ti mando un ultimo abbraccio. E’ stato un vero piacere TONINO, SIGNOR PALAZZI.

IL RICORDO DI LUCA ZAIA- Presidente della Regione Veneto.

Perdiamo un pezzo di storia, un protagonista assoluto dell’immagine della ristorazione veneta e trevigiana in particolare. Il suo nome richiama alla mente il Cocofungo, il più vecchio circuito di ristorazione in Italia, ma anche il Cocoradicchio e soprattutto una scuola di accoglienza, fondata su professionalità e tradizione che ha fatto grande nel mondo la nostra regione. La scomparsa di Tonino a pochi giorni da quella di Arturo Filippini ci lascia nuovamente orfani di un gigante della ristorazione veneta. Era un uomo appassionato della sua professione, appresa ai più alti livelli lavorando duramente da giovane a Milano, fino a esprimerla pienamente all’Hotel Terme di Vittorio Veneto che con lui divenne un riferimento internazionale della cucina. Suo merito indiscusso è stato quello di aver intuito il futuro, coniugando una gastronomia tradizionale, come quella delle nostre terre, con una cultura dell’accoglienza e del servizio in sala basati sulla preparazione e la professionalità ai più alti livelli. È stato un modello per molti colleghi e penso tutti dobbiamo essergli grati. Nei quarant’anni dal 1974 al 2013 al Terme e in quelli successivi a Castelbrando non è stato solo un grande imprenditore del settore che si è dedicato anima e corpo al suo lavoro. Fu anche una fonte di idee per diffondere la conoscenza di tutto il territorio come negli anni che fu alla guida del Consorzio di Promozione Turistica di Treviso. Insisteva che la gastronomia veneta aveva le carte in regola per presentarsi in tutto il mondo e, infatti, la portò in Asia, in America e in tutta Europa. La scomparsa di Antonio Palazzi mi rattrista e mi lascia sgomento. Ai familiari esprimo, insieme alle condoglianze, esprimo la mia vicinanza, assicurando che il ricordo del loro caro sarà indelebile tra i Veneti che hanno costruito il Veneto come lo conosciamo oggi”.

Vittorio Veneto e la sua Diocesi saluta (non piange) il suo “Vescovo delle Barzellette” Mons. Eugenio Ravignani


Si è spento nella notte tra giovedì e venerdì mons. EUGENIO RAVIGNANI emerito vescovo di Vittorio Veneto. Conosciuto per i suoi modi pacati, per le sue omelie toccanti e per il suo spiccato senso dell’umorismo. “Lo ricordo durante un viaggio a Lourdes- Racconta in un post una fedele- Ha rallegrato il treno dell’Unitalsi con le sue barzellette.” Nella foto qui sopra che casualmente lo ritrae assieme a “Vento”, Alfredo Posocco quando giocava a pallone con il”grande”Vittorio Veneto”, ha appena finito di raccontare una barzelletta in piazza duomo. L’ultima volta che l’ho visto è stata in occasione di una Messa in ricordo dell’amato don MARIO DALL’ARCHE , parroco di Cappella Maggiore e scomparso prematuramente a causa di una lunga malattia. Ricordo infine, negli anni OTTANTA grazie a lui riuscii ad entrare nel CONVENTO DI CLAUSURA di S. Giacomo di Veglia e realizzare un servizio sulle suore che ho pubblicato allora su L’AZIONE quando il direttore era il mitico DON GIOVANNI DAN. Tanti ricordi di un Buon Pastore, di un uomo buono e sereno che trasmetteva felicità e serenità a tutti (pio dal cin- riproduzione riservata- copyright foto e testo 2002 -anche uso parziale vietato senza espluicito consenso dell’autore)

Luca Zaia, Grande Luca. Al Veneto al te ringrazia. (In diaetto Veneto.)


Stasera vui scriver de Luca. Pi che scriver vorie ringraziarlo par quel che l’ha fatt pari Veneti e pal VENETO. Ormai a mezodì e mezo se ferma anca i Jevri in tei camp par scoltar quel che l’hà da dirne, SE no me sbaglie dovarissi essere vizini ai 80 dì de FILA, ogni di a sciorinar numeri, a dirne de PORTAR LA MASCHERINA, a star lontani e no GASARSE MASSA parché anca se ven scomenzà a moverse la “PARTIDA” (come che la ciama lu, no l’è finida. Sto semo de virus a l’è come na RUMOLA. TE sa che l’è là sotto ma te lo vede. Ogni tant però fioi, bisogna ricordarse de dirghe GRAZIE a sto FIOL. LUCA l’à dimostyrà de esser un vero comandante, sia in tel ben che in tel mal. Prima al ne à portà a casa le OLIMPIADI a CORTINA, i CAMPIONATI DEL MONDO, LE COLLINE PATRIMONIO DELL?UNESCO. Tra na ROBA (varda che in Italian se disaria “COSA”) e quelaltra al ne à parà al cul da DO ALUVION e da VAIA. ADESS col VIRUS i varda tutti cossa che l’à fatt al VENETO e i COPIA al MODEL. HAVARD, FINANCIAL TIMES, NEW YORK TIMES, se disè LUCA ZAIA I LO CONOSSE DAPARTUTT.

LUCA al podaria aspirar a qualsiasi carica istituzional del PAESE. Daprimo ministro a presidente. MA meteveo ben in testa: LU AL VOL STAR QUA, in mezo ala so zent, in tea so tera parchè LUCA l’è nassest a CONEJAN e l’à le radise fonde come quee de na QUERCIA. Adess al se à mess in testa de portar a casa l’AUTONOMIA.

MI son stuf de sentirme dir daa zent:” Ah,,,no i ne la dà no i ne la dà, massa schei ghe manden zo a ROMA, no i ASSA andar la VACCA fin che i POL MONDERLA” Basta ragionar CUSSI’, bisogna che ghe credene a sta AUTONOMIA… ma cossa ela po? VEO VIST come che al se à comportà LUCA in te sti do mesi de emergenza? L’à scoltà le diretive del GOVERNO ma l’à savu anca andar contro corrente e far dele ordinanze (col supporto scientifico dei MEJO DOTTORI CHE VEN QUA IN VENETO) che ne à permess do robe: LIMITAR AL NUMERO DEI MORTI, anca se i reesta tanti la podea andar veramente pezo, e de goder de un po de pi LIBERTA’ DECISIONAL quando che le robe le à comincià a andar mejo

Questa saria la vera AUTONOMIA. Al Governo al te da dee direttive e ti te decide in base a dove che te vive e te opera che norme e che leggi applicar. PUNTO. Eo tan diffizile? Varda che fea cussì anca i ROMANI quando che al so territorio l’era deventà massa grando. LA PALESTINA dove che i à copà al SIGNOR l’era governada da PILATO. SE in VAL D’AOSTA VIEN DO METRI DE NEVE, no te podarà mai ver le stesse leggi che te à in BASILICATA o in TOSCANA. Ogni region kl’à da decider par la so terra, par i so costumi, i so piatt, i so vin, le so tradizion. NO pol saver al GOVERNO CENTRAL de ROMA, fatt par la maggior parte de BUROCRATI cossa che sia bon par la LIGURIA o la PUGLIA. Savarà mejo chi che vive e lìè cressest là, come so pare, so nono e so bisnono,

Adess basta, no vui tirarla massa longa se no al BRODO SE SLONGA MASSA. Vui solche dirghe a LUCA: Grazie LUCA te si stat veramente all’altezza de un momento cussì difficile e strano, e no l’è facile tegner cont de tutt e de tutti. Ma al VENETO al riesce sempre a tirar fora al mejo quando che le robe le va pezo. Ringrazien al PADRETERNO che al te à mandà proprio quà, in te sta Tera de tante robe bele, de zent che à voja de far ben e no de ciacole.

Conegliano- Sport e Solidarietà regalano mille euro alla Protezione Civile.


Solidarietà e sport si sono incontrate ieri a Conegliano presso la sede della protezione civile in via M. Piovesana 164. Il sindaco FABIO CHIES ha ricevuto dalle mani di ALBERTO STOCCO titolare di CA DEL POGGIO un assegno di 1000 euro che il primo cittadino di CONEGLIANO ha consegnato a sua volta nelle mani del presidente della protezione civile GABRIELE PADOVAN. I Soldi sono il frutto di un’asta di due magliette messe a disposizione da due ciclisti locali; SACHA MODOLO e ANDREA VENDRAME

L’ASTA

E’ Lino Bet, imprenditore di Santa Lucia di Piave, classe 1938, grande appassionato di bici (è anche consigliere della U.C. Trevigiani), il vincitore dell’iniziativa benefica lanciata da Ca’ del Poggio e da Sacha Modolo e Andrea Vendrame.

Nella puntata del 22 aprile di Aperisocial, l’aperitivo virtuale organizzato dal ristorante & resort di San Pietro di Feletto sui propri canali Instagram e Facebook, i due ciclisti trevigiani hanno offerto le loro maglie per un’asta destinata a finanziare un progetto della Protezione civile di Conegliano.

La sfida, a colpi di rilanci, si è conclusa il 1° maggio e ha visto prevalere Lino Bet su Antonello Dalla Cia e sul Fan Club Pinarella. Bet, per le maglie dei due ciclisti, ha offerto complessivamente 690 euro. Un altro appassionato, che preferisce restare anonimo, ha devoluto all’iniziativa 310 euro, portando così la raccolta dell’asta di beneficenza ad un totale di 1000 euro.

IN MEMORIAM

Mille euro che verranno impiegati per l’acquisto di una cucina mobile, che è stata presentata ieri assieme alla breve cerimonia di consegna dell’assegno. “La cucina ci è stata messa a disposizione dalla famiglia BERTON- Ha dichiarato il presidente PADOVAN – al prezzo di costo e verrà dedicata alla memoria del nostro giovane collaboratore SANDRO STEFFAN di 45 anni venuto a mancare lo scorso anno in seguito ad un male incurabile.

Dopo i discorsi di rito i due ciclisti hanno firmato le due magliette e le hanno consegnate al vincitore dell’asta LINO BET . (pio dal cin-testo e foto) riproduzione vietata

Orsago in piazza. “Chiediamo solo di poter lavorare” La silenziosa protesta delle partite IVA.


Orsago come Conegliano, Gaiarine e decine di altri comuni della Marca e del VENETO. L’urlo è sempre lo stesso, pacato, fermo, ordinato ma senza pericolo di essere interpretato in maniera sbagliata e si può riassumere in poche parole “VOGLIAMO LAVORARE”. Forse ad altre latitudini e in altri Paesi del mondo la richiesta sarebbe stata diversa. Negli USA dove disoccupati sono arrivati a TRENTA MILIONI il grido è “HELP US” (AIUTATECI). Qui invece, nel VENETO OPEROSO, nel VENETO abituato a LAVORARE, a RIMBOCCARSI LE MANICHE non si chiede altro che essere messi in condizioni di lavorare, in sicurezza, rispettando tutte le regole del caso. E concludo con un mio personalissimo pensiero: “DATECI STA BENEDETTA AUTONOMIA”: Siamo abbastanza fortunati ad avere un GOVERNATORE con GLI ATTRIBUTI. LUCA ZAIA ci ha portati fuori dalla TEMPESTA. A lui deve andare il nostro più sentito grazie.

Caro Sindaco di Orsago,
i commercianti e le attività produttive in genere del Comune di Orsago, nell’emergenza sanitaria ed economica che ci ha investito a livello globale, condividono la preoccupazione riguardo le tempistiche adottate dal Governo per la programmazione delle riaperture delle nostre attività e l’inefficacia delle misure di supporto alle imprese in questa fase di chiusura forzata.
Le serrande sono chiuse da quasi due mesi, con ricavi azzerati e spese e tasse che non si fermano, questo sta portando all’esasperazione le attività imprenditoriali, da qui è scaturita la necessità di dar voce alla situazione di estrema difficoltà che coinvolge tutti.
La chiusura forzata per un altro mese metterebbe ancora più in ginocchio e a dura prova le attività economiche del paese con il rischio concreto di uno scenario che vedrà molti non riaprire.
Dietro ogni attività imprenditoriale del paese ci sono uomini, donne e famiglie che portano avanti da anni il loro lavoro, che ora con fatica riescono a vedere una speranza nella ripresa e che mettono mano ai risparmi di una vita per tutelare il proprio lavoro e quello dei propri dipendenti.
Abbiamo sempre lavorato dimostrando professionalità, attenzione e cura nel rispetto del cliente e delle norme sanitarie e non, che regolano il nostro lavoro, chiediamo fiducia da parte delle istituzioni, ci sentiamo oggi più che mai pronti ad affrontare l’emergenza sanitaria tutelando sia noi che i clienti.
Quello che chiediamo è di poter riaprire subito le nostre attività, vogliamo tornare al lavoro e lo vogliamo fare in sicurezza, seguendo le disposizioni, ma dobbiamo ripartire quanto prima. La discriminante non deve essere appartenere ad un settore o meno, ma il rispetto delle prescrizioni.
Inoltre in questo periodo di estrema incertezza fondamentale sarà non essere abbandonati con le proprie spese, i dipendenti, gli impegni economici pregressi, la condizione necessaria sarà cambiare passo rispetto agli interventi, tardivi ed insufficienti, fino ad oggi messi a disposizione dal Governo. Sono necessari concreti interventi di supporto all’economia locale che possano permettere una ripresa efficace senza compromettere il lavoro di tanti cittadini.

3 maggio 2020

Le Partite Iva di

Gaiarine- Il bellissimo, VIDEO, stupendamente edito dai commercianti che chiedono a gran voce:”Fateci Lavorare”



Un video silenzioso, accompagnato da una piacevole musica che racconta il disagio dei negozianti, dei ristoratori, dei baristi, di tutte le attività che ormai non riescono più a soportare una chiusura che sta diventando ogni giorno più pesante, più soffocante più incomprensibile. I dati che arrivano ormai da più di dieci giorni fanno capire che le misure di sicurezza a cui siamo stati tutti chiamati ad ottemperare hanno prodotto il loro frutto. I contagi, gli ammessi in ospedale, le terapie intensive, i decessi sono in netto calo. Aumentano le dimissioni dei malati e le guarigioni. Aumenta anche la voglia di alzare le serracinesche dei negozi e di riaprire quelle attività che fanno parte di un tessuto economico e sociale da cui non si può più prescindere. Le voci che si alzano sono forti e nette, sempre fatte con grande dignità e nel rispetto delle leggi. IL VENETO vuole riaprire, IL VENETO vuole lavorare.

SE CI FOSSE L’AUTONOMIA

A mio modestissimo parere, la cosa più intelligente che potrebbe dire il PM GIUSEPPE CONTE sarebbe questa: ” Cari concittadini, siamo arrivati ad un punto in cui il VIRUS sta dimostrando quel rallentamento che da tempo ci aspettavamo. E’ giunta finalmente l’ora per tutti gli italiani di rimboccarsi le maniche e iniziare di nuovo ad aprire le attività commerciali e con loro la vita del PAESE. Siamo sicuri che il rispetto delle norme di sicurezza verrà ottemperato da tutti. In questi mesi, a parte le poche eccezioni gli italiani hanno dimostrato senso civico e caparbietà nel seguire le indicazioni atte a diminuire l’espandersi del VIRUS che ha causato disagi immensi, ma soprattutto ha portato via moltissime vite, troppe. OGGI cari concittadini voglio annunciarvi che : AFFIDERO’ AI GOVERNATORI DELLE VARIE REGIONI LA CONSEGNA DI DECIDERE, CIASCUNO NELLA PROPRIA AREA DI COMPETENZA GEOGRAFICA il MODUS OPERANDI che riterranno più consono in base ai DATI che SOLO LORO, ESSENDO PRESENTI IN PRIMA PERSONA SUL TERRITORIO POSSONO VALUTARE, traendone le opportune conclusioni e prendendo le decisioni più sagge che riterranno di voler prendere per la LORO REGIONE, e PER LA LORO GENTE. Sarà quindi responsabilità dei Governatori decidere se e quali attività chiudere e deciderne le modalità ferme restando le misure di sicurezza. SOLO CON QUESTA PROVA DI CIVILTA’ che potremmo senz’altro definire una PROVA DI AUTONOMIA ( anche se temporale fino alrisolvimento della crisi) il PAESE riuscirà a sollevarsi, perchè abbiamo FINALMENTE CAPITO che la stessa regola, o regole, che valgono per una REGIONE possono o non possono andar bene per un’altra vista la MORFOLOGIA e la diversità della nostra amata TERRA ITALIANA, che è CIO’ CHE E’ grazie a tutte le DIVERSITA’ e PECULIARITA’ che la contraddistinguono. Da domani, fino alla fine dell’emergenza saranno quindi i GOVERNATORI a decidere sul da farsi, in base alle direttive del COMITATO SCIENTIFICO”

LO DIRA’ CONTE?

Ovviamente NO. Ma sono convinto che se avesse la maturità politica di una scelta così coraggiosa le cose andrebbero sicuramente per il verso giusto, assicurando quell’ AUTONOMIA che significherebbe per tutti un nuovo senso di RESPONSABILITA’ e PRESA DI COSCIENZA al fine di dare un nuovo slancio all’ECONOMIA del PAESE sfruttando tutte le diversità e la creatività che ci hanno da sempre contraddistinto come POPOLO ITALIANO, UNITO ma diviso da STORIA, CULTURA, GEOGRAFIA, COSTUMI. Una “DIVISIONE” che ci UNISCE e ci ha sempre reso MIGLIORI e GRANDI NELLA STORIA DELL’UMANITA’. Se questo VIRUS ci ha insegnato qualcosa, è che siamo in grado di gestire AUTONOMAMENTE LE NOSTRE VITE, e chiediamo che ce ne sia data l’opportunità.

Colline dell’UNESCO- “Su par le rive” piccola storia in dialetto Veneto


Pendenze Pazzesche da lavorare a mano giorno dopo giorno

Su Par le Rive

Incuò son ‘ndatt su pae Coline. Dovee scriver un articolo pal GAZETIN . Vee da sentir do o tre contadini. Quei de na volta. Quei coe man piene de cai, quei che intorno ala panza i à na corda ligada, co l’è ora dee vendeme. Ma no par tegner su le braghe, par ‘ndar su sue RIVE a vendemar. Parchè, dovè saver, su sue Coline, al Prosecco l’è pi bon. I lo ciama DOCG e al costa de pi de quel che troven in tel supermercato a Conejan o a Vitorio.

No ste dirme che curar le vide quassù l’è la stessa roba che in pianura

Ben…posse dirve na roba? Par mi al dovaria costar vinti volte de pi. Si cari, vinti volte de pi..e saveo parchè? Provè a vegner su, quando che “Conte coe braghe onte” al ne assarà moverse in libertà. Vegnè a veder dove che sta zent l’à da lavorar par far vegner bona la ua che dopo la deventarà BOLLICINE

Deghe na ociada a sta foto quà de sora… Vardè ben. Mi quà no ‘ndaria gnanca a far na escursion de montagna. Inveze la zent la va dentro e foram su e zo e su e zo par tajar l’erba, par zarpir, par sbambolar, par pompar (a man col zaino drio la schena) e dopo ala fine par vendemar.

Adess lori ( i picoi agricoltori) i è inrabiadi e la razon de la so rabia l’è na proposta che l’è drio girar ma lori si spera che no la vae avanti: I vol tajarghe al 40% dea produzion e lori no i ghe sta.. no i vol saverghen parchè dentro de lori i pensa: “Me pare, me nono, me bisnono, i se à fatt un cul cussì par tirar su ste vide in te sti posti impervi e difizii da coltivar. Sen riuscidi a tegner duro coe guere, aluvion, sicità tempeste varie e teremoti. Grazie a Dio sen riusidi a far deventar al PROSECCO un vin che i vol tuti, dal Sudafrica all’Alaska. Inveze de dirne che sen bravi cossa fai? I vol tajarne la produzion. Ma ve sembrelo normal? E proprio sto ano che l’à statt ( e l’è ancora) al Virus? NO no, no va ben cussì. Tajenghe al 40% a quei che i vendemea zo in pianura sentadi in tei tratori magari co l’aria fresca e le cufie sue recie par scoltar musica. Vardè che noialtri quassù, par lavorar un etaro de vigneto ne vol 600 ore. Zo in pianura ghen basta 100. L’à da esserghe na differenza no? Dai. Chi volene cior pai zebedei?. NE vien voja de molar tutt. Quando che l’à da far bea figura i mete le foto dee rive storiche, e dopo i ne taja la produzion a noialtri? Varda, saria da inrabiarse, ma no cambia gnent” Questo cari letori l’è al sentimento che ò colto stamatina su pae coline del Unesco. A voialtri le conclusion. Chissà chi che à rason. Doman l’è marti.Se volè lezer la storia in Italian lezè al GAZETIN de Treviso (riproduzione riservata- testo e foto copyright- pio dal cin)

Veneto. Prove pratiche di AUTONOMIA


Se una cosa abbiamo imparato da questa emergenza è sicuramente che quando le cose vengono gestite a livello locale, funzionano meglio e garantiscono una maggior sicurezza e flessibilità nell’applicazione delle leggi vigenti.

UN CAPITANO CAPACE DI DECIDERE PER IL BENE DELLA SUA GENTE

Luca Zaia firma l’atto costituente per le Colline di Conegliano-Valdobbiadene al CERLETTI (foto copyright 2020 piodalcin

La differenza nel caso del VENETO l’ha fatta sicuramente il nostro GOVERNATORE del VENETO, LUCA ZAIA. Se è vero che i leaders si misurano e si vedono nei momenti più difficili, ZAIA ha dimostrato ancora una volta, (anche se non ce n’era bisogno visti i precedenti con ALLUVIONI e TEMPESTE come VAIA) che avere uno skipper di qualità è FONDAMENTALE per portare la NAVE fuori dall‘URAGANO COVID19.

FASE TRE

Oggi, 26 Aprile siamo arrivati all’inizio della FASE 3 e cioè al modo di pensare di un TREND del CONTAGIO in discesa, con il numero di TERAPIE INTENSIVE in DIMINUZIONE ma con una visione e un’attenzione al futuro, al prossimo AUTUNNO, quando sarà inevitabile un RITORNO e una RECRUDESCENZA del VIRUS che in VENETO, ad oggi, ha fatto oltre 1200 VITTIME

La prontezza di reazione, la costituzione di un comitato scientifico di emergenza, l’intuizione di delimitare subito il FOCOLAIO DI VO’, hanno consentito a ZAIA e alla sua squadra attiva H24 di limitare notevolmente il propagarsi di questo VIRUS che ha cambiato profondamente le nostre vite. Un grazie naturalmente a tutti coloro che si sono impegnati in prima linea., partendo da coloro che ogni giorno sono stati a stretto contatto con i malati, nelle corsie degli ospedali, i medici, gli infermieri, e tutto il personale operativo, I FARMASCISTI e le persone che si sono dedicate alle pulizie, e tutti coloro che hanno dato il loro tempo nel volontariato; la PROTEZIONE CIVILE, LE FORZE DELL’ORDINE , I commessi e le cassiere dei SUPERMERCATI , i CAMIONISTI, GLI ORGANI DI INFORMAZIONE e tutte le categorie non nominate qui che si sono prodigate a combattere questa terribile piaga.

UN MODELLO DA COPIARE

Oggi il MODELLO VENETO è studiato da prestigiose università come HARVARD e da numerose COMUNITA’ SCIENTIFICHE. ANCORA UNA VOLTA NELLA STORIA IL VENETO HA FATTO DA APRIPISTA.

OGGI PIU’ CHE MAI E’ DI AUTONOMIA CHE ABBIAMO BISOGNO

Se ne parla da tanto tempo. Forse non è ancora il caso di parlare di politica? La Politica, quella con la P MAIUSCOLA è proprio quello che ci serve di più in questa FASE. Le PARTITE IVA soffrono, soffre tutto il SETTORE DEL TURISMO, capace di DICIOTTO MILIARDI DI EURO ANNUI, soffre il FOOD & BEVERAGES, soffrono gli ARTIGIANI, LE AZIENDE piccole e grandi. Soffrono i LAVORATORI DIPENDENTI, soffrono le FAMIGLIE. Serve un vero e coraggioso PIANO MARSHALL che ci traghetti fuori da questa PALUDE STAGNANTE in cui il COVID19 ha gettato non solo il VENETO, l’ITALIA o l’EUROPA, ma tutto il mondo.

Se c’è un momento in cui veramente abbiamo bisogno dell’autonomia è proprio QUESTO. Tra qualche giorno il premier GIUSEPPE CONTE parlerà all’ITALIA. Il nuovo DPCM è previsto per il 4 MAGGIO. SEmbra che finalmente potremmo spostarci da Comune a Comune per tutte le cose e le operazioni che oggi siamo obbligati a fare ciascuno nel PROPRIO COMUNE. Non sarà tuttavia consentito di muoversi tra REGIONE E REGIONE. Questo ci darà forse lo stimolo a visitare e muoverci all’interno del VENETO e capire e apprezzare tutte le sue bellezze e le sue peculiarità. Non ci manca niente se non l’AUTONOMIA che reclamiamo ad alta voce, ricordando a chi ci governa che abbiamo votato in un REFERENDUM con tutti i crismi della legalità e della CORRETTEZZA, e se ci lasciate fare, riusciremo da soli a venirne fuori. Il modello AMERICANO è scuramente quello che auspichiamo per tutta l’ITALIA. Il Governo centrale può emettyere della LINEE GUIDA, resta però in mano ai GOVERNATORI delle REGIONI la decisione di come applicare le leggi in base a delle valutazioni CULTURALI, SOCIALI, STORICHE E GEOGRAFICHE che possono essere valutate con ESTREMA RATIO solamente da coloro che in una determinata regione abitano, vivono, operano, producono e spendono. E’ siciramente l’UNICO MODO per riprendersi. Sia data ad ogni REGIONE la POSSIBILITA’ di scegliere. Questo non significa NON essere ITALIANI, lo saremo sempre e comunque, un UNICA NAZIONE con tutte le sue DIVERSITA’ che la rendono UNICA AL MONDO e di cui da VENETI siamo anche noi FIERI RAPPRESENTANTI, ci basta la possibilità di gestire le enormi risorse che riusciamo ogni anno ad esprimere in circa VENTITRE MILIARDI DI EURO che prendono una strada diversa, e a volte poco chiara, ma che se potessero rimanere dovesono state generate, potrebbero dare alla nostra GENTE tutto quello di cui hanno bisogno. Isolandoci a causa del VIRUS ci siamo resi conto di tante cose. Ognuno di noi ha fatto la sua parte nel rimanere a casa, nell’attesa che la BUFERA si calmasse. Ognuno di noi si è fatto un’idea di quello che andava e andrà fatto, di cosa è stato per ciascuno di noi questa prova così diversa, questa GUERRA senza bombe ma altrettanto letale di un bombardamento. Con il senno di poi è più facile capire ciò che è stato, ma quello di cui abbiamo bisogno in questo momento è RIPARTIRE al più presto. DUE GIORNI FA Zaia ha promulgato un decreto che permette alcune attività come l’ASPORTO del CIBO da ristoranti, pizzerie, gelaterie e da tutte le atività collegate al Food & Beverages. Non ci sarà bisogno di aspettare il 4 maggio. Si, sono SOLO OTTO GIORNI, ma dopo tutta questa chiusura anche un solo piccolo giorno può fare la differenza. I VENETI vogliono lavorare, tornare a produrre, e in questo PICCOLO GRANDE GESTO di anticipazione si può intravedere come potrebbe risultare IMPORTANTE ed essenziale una gestione AUTONOMA delle decisioni da prendere per riavviare il motore fermo da troppo tempo.

I DIECI PUNTI DELL’ORDINANZA DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE LUCA ZAIA


24 aprile 2020- In vigore dalle 15:00 CORONAVIRUS Il Governatore della REGIONE VENETO LUCA ZAIA, ha firmato un’ordinanza, meno restrittiva sul Coronavirus.

Sarà in vigore dalle ORE 15 DEL 24 APRILE 2020 AL 3 MAGGIO 2020 COMPRESO

PUNTO PRIMO:

È CONSENTITA LA VENDITA DI CIBO DA ASPORTO. La vendita per asporto sarà effettuata, ove possibile, PREVIA ORDINAZIONE ON-LINE O TELEFONICA, garantendo che gli ingressi per il ritiro dei prodotti ordinati avvengano dilazionati nel tempo e comunque, negli spazi esterni anche di attesa, nel rispetto del distanziamento di un metro tra avventori e con uso da parte degli stessi di mascherina e guanti o garantendo l’igiene delle mani con idoneo prodotto igienizzante, e consentendo, nell’eventuale locale interno, la presenza di un cliente alla volta, con mascherina e guanti o garantendo l’igiene delle mani con idoneo prodotto igienizzante, e stazionamento per il tempo strettamente necessario alla consegna e al pagamento della merce; gestore ed addetti devono essere muniti di mascherina e guanti; rimane sospesa ogni forma di consumo sul posto ed è confermata la possibilità di consegna a domicilio.

PUNTO SECONDO

PER LA VENDITA DI VESTITI PER BAMBINI E DI PRODOTTI DI CARTOLERIE NONCHÉ PER LE LIBRERIE

(la vendita di vestiti per bambini include quella delle scarpe per i bambini medesimi di abbigliamento per bambini) NON VALE PIÙ IL LIMITE DEI DUE GIORNI A SETTIMANA

PUNTO TERZO

SONO CONSENTITE ATTIVITÀ SUL PATRIMONIO EDILIZIO ESISTENTE

Secondo il regime della comunicazione e della comunicazione asseverata previste dagli articoli 6 e 6 bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 380 del 6 giugno 2001

PUNTO QUARTO

È CONSENTITA LA COLTIVAZIONE DEL TERRENO PER USO AGRICOLO PER AUTOCONSUMO,

anche all’interno di orti urbani e comunali, nel rispetto degli obblighi di distanziamento di un metro e dell’uso di mascherina e guanti o garantendo l’igiene delle mani con idoneo prodotto igienizzante

PUNTO QUINTO

È CONSENTITA LA VENDITA IN ESERCIZI ANCHE ESCLUSIVAMENTE COMMERCIALI AL DETTAGLIO, QUALI FIORERIE, DI PRODOTTI FLOROVIVAISTICI:

Semi, piante, fiori ornamentali, piante in vaso, fertilizzanti

PUNTO SESTO

NEI MERCATI E NELLE ANALOGHE FORME DI VENDITA SU AREA PUBBLICA o privata è ammessa la vendita di PRODOTTI FLOROVIVAISTICI E DI ABBIGLIAMENTO PER BAMBINI,

Comprese le scarpe per i bambini medesimi

PUNTO SETTIMO

SONO CONSENTITI I TAGLI BOSCHIVI ANCHE PER AUTOCONSUMO

In presenza di una effettiva situazione di necessità

PUNTO OTTAVO

È CONSENTITO L’ACCESSO AI CIMITERI NEL RISPETTO DELL’OBBLIGO DI DISTANZIAMENTO DI UN METRO TRA LE PERSONE E DELL’USO DI MASCHERINA E GUANTI

O garantendo l’igiene delle mani con idoneo prodotto igienizzante

PUNTO NONO

SONO CONSENTITE LE PRESTAZIONI DI SERVIZIO DI CARATTERE ARTIGIANALE RESE DA TERZI PER INTERVENTI DI MANUTENZIONE A BORDO DI IMBARCAZIONI DI DIPORTO ALL’ORMEGGIO

Nonché per prove, collaudo e consegna delle imbarcazioni, nonché di sistemazione delle darsene per l’espletamento dell’attività ordinaria

PUNTO DECIMO

È AMMESSA ANCHE L’ESECUZIONE DI OPERE PUBBLICHE alle categorie indicate in delibera

Luca Zaia spiega la App contro il virus con un facile esempio: Un Veneto e un Siciliano…….


Un’App contro il Covid 19 è stata già sperimentata in Corea e sembra funzionare. Dovrebbe arrivare anche da noi, ma servirà solo se verrà adottata dal sessanta o più percento degli italiani. Oggi in conferenza stampa da Marghera il presidente Luca Zaia ha spiegato il suo eventuale funzionamento:

“Supponiamo che un Siciliano ed un Veneto si trovino in un autogrill. Il Veneto ha una maglietta da gondoliere. Il Siciliano si avvicina e gli dice: “Ah..sei di Venezia?” “Certo- Risponde l’uomo con la maglietta- E tu?” La conversazione continua così con DUE PRECISI PARAMETRI che renderanno essenziale l’uso della APP:

PRIMO PARAMETRO: Una distanza INFERIORE ai DUE METRI

SECONDO PARAMETRO : LA CONVERSAZIONE DURA PER ALMENO 15 MINUTI

Naturalmente si da per scontato che: A) I DUE CELLULARI ABBIANO INSTALLATA LA APP.

B) CHE I DUE CELLULARI ABBIANO IL BLUE TOOTH COLLEGATO

I due uomini tornano nelle rispettive regioni. UNO DEI DUE viene trovato positivo al COVID 19. I medici chiedono di poter accedere ai dati del CELLULARE ed ecco che tutte le persone che sono rientrate nei due parametri di attivazione della APP verranno contattati avvertendoli che sono stati vicino ad un soggetto POSITIVO. A questo punto sarà faccile far fare loro un controllo per verificare il possibile contagio.

Il sistema è molto semplice ma ocorrerà una collaborazione attiva di un 60% della popolazione senza il quale la APP sarebbe praticamente inutile.

Smartphone with cloud of application icons

La Pizza de Max (Quel del Gallileo a Fontanele)- piccola storiella in dialetto Veneto


Quando che MASSIMO del Galileo, (detto Max) al me à dita che l’era organizzà par portar la pizza a casa col DELIVERY, la prima roba che ò pensà le stata questa:_ ” Ma sarala bona? Ma rivela calda o tiepida? Se le na roba che me resta in tel stomego l’è la pizza tiepida. La PIZZA la deve essere calda. Ieri sera me son cardà al menù sua pagina FEISBUK del Galileo e me à vegnest FAN. Alora ò ciamà Max e ghe ò dita de portarme na PIZZA par TRE.

Senti Max, varda che se no la è calda no la vui”

E lu al me à rispondest che se no la era calda al se la portea indrio.

“Va ben alora, te spete pae SIE E MEZA” .

Cossa vutu che te mete sua PIZZA?” Al me à domandà lu..

“Mah, fame do porzion de CAPRICCIOSA e una de TONNO E ZEOLA” “Va Ben… Se veden alle SIE E MEZA

Ve die la verità, no vedee l’ora de sagiarla sta “PIZZA DELIVERY”. MADE IN FONTANEE -ITALY. Quando che abitee a MIAMI in tei ani OTTANTA, i vea za la pizza che i te la portea acasa entro VINTI MINUTI da quando che te la ordinea, e se no i rivea in temp i tea dea gratis. Al servizio se ciamea “DOMINO’s PIZZA” e mi che rivee a casa tardi la sera col me TAXI no vee voja de cusinar, e tante volte me la fee portar, e FIOI, l’era CALDA e l’era BONA. La curiosità de magnarghen una de NOSTRANA l’era tanta e come un RELOJO SVIZZERO MAX alle 18:30 spacade l’à sonà el CAMPANEL. Al me à pozà el carton co dentro la PIZZA (Mi ghe vee paecià i schei in te na busta ), al me à saludà da lontan (COME chese usa ADESS co sto CORONAVIRUS) e l’è partì a RAZZO par n’ altra consegna.

Il GIARDINO esterno del GALLILEO a Fontanelle




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BON… Allora,cioe su la PIZZA e vae dentro in cusina, Verze la scatola e me vede sta PIZZA ancora FUMANTE. Signor de dio, che PROFUMO che vegnea FORA. L’ho vardada e ò pensà:” Te si massa bea, bisogna che te fae na foto”. VA BEN, l’era BEA, ghe ò fatt la FOTO: CALDA LA ERA CALDA, ANZI BOLLENTE. Ma erea BONA?

NO, no la era BONA, l’era DA CIUCIARSE ANCA I DEI ( Che de sti tempi l’è na roba da no far mai). DE-LI-ZIO-SA. Basta, no dighe altro. Se volè PROVAR anca voialtri QUA SOTTO l’è al MENU‘, e dopo magari scriveme in tei commenti cossa che ve à parest. Ah, l’ultima roba che vui dir: Questa NO l’è na PUBLICITA’ dea PIZZA de MAX. Mi no lavore par Max, e Max no al me à PAGA’ par scriver sta storia. Questa l’è na Storia corta che me à vegnest in mente stamattina, parchè ieri (domenega) l’è stata na zornada un pocc particolar sul fronte dei giornalismo. STEME BEN. MI DOMENEGA PROSSIMA PROVE AL GALLETT, dopo ve farò saver (se me vien l’ispirazion) (riproduzione vietata- copyright- 2002- piodalcin)

MENU DI CONSEGNA A DOMICILIO e PREZZI

Gallileo Fontanelle· 31 marzo ·  ⚠️➡️Gallileo arriva a casa tua❗️🚚

📌VENERDI,SABATO,DOMENICA dalle 18.00 alle 21.30!

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⚠️Prenotazioni entro le ore 16.00 del giorno stesso❗️
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Per il momento ci siamo organizzati in questi comuni. (Ci potranno essere delle eccezioni tempo/organizzazione permettendo)

❗️⚠️⚠️⚠️Noi di Gallileo rispettiamo le normative del decreto per il Covid-19 mascherina e guanti monouso⚠️ I gentili clienti dovranno aspettare la consegna a bordo strada, non consegnamo all’interno di condomini e abitazioni. Raccomandiamo la distanza di sicurezza di 1 Metro❗️

⚠️⚠️⚠️➡️💶💶💶Pagamento in contanti dentro a una busta con scritto il vostro nome e cognome e n.di telefono (possibilmente giusti) Grazie mille per la pazienza🙏🏻

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#semprevanti#maimollare

#stateacasa#celafaremo

Dalai Lama:” La preghiera non è abbastanza. per combattere il Coronavirus serve la compassione. (English version as well)


Quando i miei amici mi chiedono aiuto con alcuni problemi da risolvere usando “poteri magici”, dico loro che il DALAI LAMA non ha poteri magici. Se li avessi non soffrirei di dolore alle gambe e mal di gola. Come esseri umani siamo tutti uguali e sperimentiamo le stesse paure, le stesse speranze, le stesse incertezze. Da una prospettiva Buddista ogni senziente essere umano è a conoscenza della sofferenza e la verità della malattia, la vecchiaia, la morte.. Ma come esseri umani abbiamo la capacità di conquistare la rabbia, il panico, l’ingordigia. In questi ultimi anni ho cercato di promuovere “il disarmamento emotivo”: in modo da poter vedere le cose realisticamente e chiaramente, senza la confusione della rabbia e della paura. Se un problema ha una soluzione dobbiamo lavorare per trovarla; se non ce l’ha non serve a niente perdere del tempo pensandoci. Noi Buddisti pensiamo che tutto il mondo sia interindipendente. Per questo spesso parliamo di responsabilità universale. La terribile pandemia del Coronavirus ci ha mostrato che quello che succede a una persona può capitare a tutti. Però ci ricorda anche che un atto compassionevole o costruttivo (sia che uno lavori in ospedale oppure osservi il distanziamento sociale) ha il potenziale per aiutare molte persone. Da quando il contagio è iniziato a Whuan, ho pregato per i miei fratelli e sorelle in Cina e in ogni luogo. Adesso sappiamo che nessuno è immune dal virus. Ci preoccupiamo tutti delle persone che amiamo e del futuro, sia per l’economia globale che per quella individuale nelle nostre case. MA LA PREGHIERA NON E’ ABBASTANZA. La crisi ci dimostra che dobbiamo assumerci le nostre responsabiità la dove possiamo.Dobbiamo prendere gli sforzi dei medici e infermieri e aggiungerlo a quello della scienza empirica cercando di cambiare la situazione in modo da poterci proteggere nel futuro da eventi di questo tipo.In questi tempi di grande paura dobbiamo pensare alle sfide a lungo tempo, e alle possibilità peer l’intero pianeta.Per questo ognuno di noi deve lavorare per limitare il riscaldamento globale e altre forze distruttive. Questa pandemia serve a farci capire che solo attraverso una risposta globale possiamo far fronte a tutte le grandi sfide che ci attendono . Le fotografe dalla spazio mostrano che non esistono confini nel Pianeta Blu. Bisogna pensare inoltre che nessuno è libero dalla sofferenza e quindi estendere il nostro aiuto a coloro che non hanno casa, risorse o famiglia a proteggerli. La crisi ci insegna che non siamo separati l’uno dall’altro, anche quando viviamo separati. Per questo abbiamo il dovere di dimostrare compassionee donare aiuto. Come Buddista credo nel principio dell’impermanenza. Questo virus passerà, come ho avuto nella mia vita occasione di vedere che altre calamità come la guerra sono passate, e avremo l’opportunità di ricostruire la comunità globale come abbiamo fatto già nel passato.Spero sinceramente che ognuno rimanca al sicuro e calmo.In questo tempo di incertezza non dobbiamo perdere la fiducia e la speranza nello sforzo che in tanti stanno facendo (DALAI LAMA)

ENGLISH VERSION

Sometimes friends ask me to help with some problem in the world, using some “magical powers.” I always tell them that the Dalai Lama has no magical powers. If I did, I would not feel pain in my legs or a sore throat. We are all the same as human beings, and we experience the same fears, the same hopes, the same uncertainties.From the Buddhist perspective, every sentient being is acquainted with suffering and the truths of sickness, old age and death. But as human beings, we have the capacity to use our minds to conquer anger and panic and greed. In recent years I have been stressing “emotional disarmament”: to try to see things realistically and clearly, without the confusion of fear or rage. If a problem has a solution, we must work to find it; if it does not, we need not waste time thinking about it.We Buddhists believe that the entire world is interdependent. That is why I often speak about universal responsibility. The outbreak of this terrible coronavirus has shown that what happens to one person can soon affect every other being. But it also reminds us that a compassionate or constructive act—whether working in hospitals or just observing social distancing—has the potential to help many.Ever since news emerged about the coronavirus in Wuhan, I have been praying for my brothers and sisters in China and everywhere else. Now we can see that nobody is immune to this virus. We are all worried about loved ones and the future, of both the global economy and our own individual homes. But prayer is not enough.This crisis shows that we must all take responsibility where we can. We must combine the courage doctors and nurses are showing with empirical science to begin to turn this situation around and protect our future from more such threats.In this time of great fear, it is important that we think of the long-term challenges—and possibilities—of the entire globe. Photographs of our world from space clearly show that there are no real boundaries on our blue planet. Therefore, all of us must take care of it and work to prevent climate change and other destructive forces. This pandemic serves as a warning that only by coming together with a coordinated, global response will we meet the unprecedented magnitude of the challenges we face.We must also remember that nobody is free of suffering, and extend our hands to others who lack homes, resources or family to protect them. This crisis shows us that we are not separate from one another—even when we are living apart. Therefore, we all have a responsibility to exercise compassion and help.As a Buddhist, I believe in the principle of impermanence. Eventually, this virus will pass, as I have seen wars and other terrible threats pass in my lifetime, and we will have the opportunity to rebuild our global community as we have done many times before. I sincerely hope that everyone can stay safe and stay calm. At this time of uncertainty, it is important that we do not lose hope and confidence in the constructive efforts so many are making.

Covid-19- Le mie foto di questa Tempesta Perfetta, (e Crudele)


Casoin Combai
Valdobbiadene
San Vendemiano
Macelleria Eurocarni Zanette -Codognè
Codognè -Sanificazione strade
Campea Casoin di Alessando Bernardi- ASpettando il proprio turno
Conegliano
Casoin di Val Fabio- Conegliano
Conegliano Eats
Casoin Alessandro Bernardi Campea
Giulia Casoin Combai
Valdobbiadene- Tornando dalla spesa
Casoin Combai
Cesare De Stefani- Guia
Casoin Oderzo

La crudeltà del virus sui disabili di New York


A group home in Bayville, N.Y., for people with disabilities. By Wednesday, 37 of the home’s 46 residents had tested positive for the coronavirus.Credit… FOTO CREDITJohnny Milano for The New York Times

Letto ora sul NEW YORK TIMES. : il Coronavirus si scatena contro le persone più vulnerabili, espandendosi nelle case di persone con bisogno di attenzioni speciali. Fino a lunedì 1100 residenti disabili nello Stato di New York sono risultati positivi al TEST e purtroppo 105 di loro hanno perso la vita. Un dato molto più alto che quello della popolazione in genere

For my English readers. This is very very sad.

As the coronavirus preys on the most vulnerable, it is taking root in New York’s sprawling network of group homes for people with special needs. As of Monday, 1,100 developmentally disabled residents in New York State have tested positive for coronavirus, and 105 have died, state officials said, a death rate far higher than in the general population.

Codognè si ferma per un minuto come tutta l’Italia per onorare coloro che hanno perso la vita al Coronavirus


Come tutta l’Italia anche CODOGNE’ si è fermata oggi per un minuto di raccoglimento e di ricordo per tutte le persone che hanno perduto la vita in questo tragico periodo legato all’emergenza CORONAVIRUS che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo, sia per il numero di perdite umane che per l’emergenza economica che ha scatenato in ogni dove. Il sindaco Lisa Tommasella e il parroco don Lucio Marian hanno presieduto, davanti al MUNICIPIO una breve ma intensa cerimonia dove le vittime sono state ricordate dal primo cittadino che in diretta sul canale YOUTUBE dell’UNITA’ PASTORALE ha osservato il MINUTO DI SILENZIO con le bandiere a mezz’asta e bardate a LUTTO. Don Lucio Marian ha poi preso la parola e la preghiera che ha rivolto al Padre Celeste, alla Madonna (ricordando in particolare quelle venerate nel territorio: Madonna della Salute, Madonna delle Grazie, Madonna della Mercede) e i Santi cari alla comunità, Sant’Andrea, Sant’Ubaldo San Clemente, invocando la loro benedizione affinché questa piaga venga a cessare quanto prima. Don Lucio ha benedetto il territorio con l’Ostensorio contenente il SANTISSIMO rivolgendolo simbolicamente verso le quattro direzioni. Un momento sicuramente difficile per tutti, chiamati a rinunce e sacrifici a cui non eravamo abituati, come quello di dover passare in casa la maggior parte del nostro tempo, ma che è un sacrificio molto piccolo se paragonato alle centinaia, alle migliaia di MEDICI, INFERMIERI, ADDETTI alla SANITA’, ai FARMACISTI e a coloro che in tutti i campi che si trovano in PRIMA LINEA, assieme alle FORZE DELL’ORDINE, agli OPERATORI DELLA PROTEZIONE CIVILE, ai VOLONTARI, ai CAMIONISTI, a coloro che lavorano nella FILIERA ALIMENTARE fino ai lavoratori negli ALIMENTARI e SUPERMERCATI, ai TABACCAI, ai PANIFICI, e a tutte le persone che hanno fatto delle DONAZIONI grandi e piccole per sostenere lo sforzo immane della REGIONE VENETO, che con il GOVERNATORE Luca Zaia ci sta portando fuori dalla tempesta che ci ha investiti .

Don Lucio Marian benedice Codognè assieme al sindaco Lisa Tommasella
Le bandiere a mezz’asta e bardate a lutto nel municipio di Codognè

CORONAVIRUS – The silence’s rumble


What strikes me the most about all this virus’ matter is SILENCE. A silence that pervades our streets, squares,cities,parks,beaches, the pizzerias and the bars, all closed and out of business. POPE FRANCIS has celebrated a ceremony at SAINT PETER’S SQUARE, a blessing for the City and the WHOLE WORLD (URBI ET ORBI in LATIN). What was really odd was the absolute desert, the absence of people in the enormous basin that is usually packed with people.

Amidst that silence under pouring rain, un front of the the very Crucifix that once saved the city of Rome from the plague of XVI Century, a SILENT POPE prayed. He blessed the world without saying a single word. In a THUNDERING SILENCE broken only by the noise of the rain pouring down Jesus’ chest as if He were crying Himself for Humanity.

Before the blessing, He read a passage from the New Testament that reported of a boat. A boat in which Jesus and His Apostoli were sailing in calm waters. Jesus was sleeping in the back portion of the boat. This is the only time that Jesus sleeps in the New Testament. The Apostoli represents the People of the World. All of a sudden a great storm comes their way.. the wind blows, the boat rocks dangerously on the waves. Jesus keeps on sleeping. Peter decides to wke Him up ” “Lord, you don’t care about us?” A distracted humanity. Distracted and scared that in time of need remembers to pray to a Higher Authority that could help to pass this time of fear , this time of death. Many have discovered the meaning of prayer in these weeks. A prayer that comes from the heasrt, not necessarely made of a repetitive formula but a colloquial conversation between a person that pleads his/her Father for help. For non-believers I can only wish that science will soon find an answer. In 1630 in VENICE while a terrible PLAGUE was decimating its citizens, they decide to ask the Madonna della Salute (Virgin of Health) to stop the PLAGUE. The PLAGUE did stop after a week they made that vow, and the Basilica della Madonna della Salute is still there 400 years later. Every year the Venetians build a temporary bridge connecting the downtown area to the island where the church stands in remembrance of that MIRACLE. Today when we speak about miracles the reaction is odd. People look at you as if you were a cave man. Is there today enough space in our hearts to believe that a MIRACLE 4.0 can still be possible?

The Basilica della Madonna della Salute in Venice (copyright -pio dal cin 2020)

People here in Italy are referring to this world’s emergency as a WAR. I disagree with the word “war”. Certainly the impact that this VIRUS has brought to our world’s economy is that of a Third World War. The main difference is that during the two wars before this one, our fathers, grandfathers and great grand fathers were asked to leave their spouses, their parents, their loved ones for the front. Mothers and Wives that had to go to sleep at night not knowing if their men will ever return. THAT WAS WAR. Today with COVID-19 we are asked to stay inside our homes with plenty of food, heated homes and cable television, WIFI connection and our children in most of the cases are with us, or at least we know their whereabouts. Our sacrifice is minimal . We are asked to STAY AT HOME and yet we complain that we feel prisoners in our own homes. The real FRONT LINE is not at our homes, in in the hospitals, where our DOCTORS, NURSES are fighting without weapons to keep the wounded alive. Without weapons because if we were ready and able to go anywhere in the world and deploy our armed forces in a heartbit with the most sofisticated armaments, we are not ready to fight an invisible enemy that spreads as fast as the speed of light

copyright -pio dal cin 2020

A VIRUS that seems to be intelligent for he hides inside the human body for two weeks, while spreading itself to thousands other people because the carrier has no symptoms. Intelligent because it varies, it changes, attacking old people, as well as young , then again it changes again and againg leaving researches helpless in finding a cure.

copyright -pio dal cin 2020

Was it necessary to have a VIRUS to have less pollution, clearer waters on our rivers and oceans, less road accidents, less homicides and drug smuggling? If it were not for all those who lost their lives to this MONSTER, we could say that it was and it is a GOOD LESSON for Humankind. But we can’t. People are losing their lives and we must come together to fight this challange. All we can really do is STAY HOME. What will be after the health emergency will stop, nobody knows. I have a strong feeling that there will be changes, radical changes in the whole world. A new REINASSANCE awaits us but must be supported by a very strong econimic support of governments to the people, small business are really suffocating. They were before the VIRUS, at leats here in Europe. In Italy we have the stronger fiscal pressure than any other Country of the “OLD CONTINENT”. This must change, as well as the RED TAPE and CORRUPTION that has nested in almost every chain of command, like a cancer. Our leaders should be prepared to stop the “bleeding” once the VIRUS will go away, like all the PLAGUES we had to ride in our past. It will end, leaving millions of people expecting to see what their leaders will do to ease the financial and the social pain. After World War II the USA issued a plan, known as “MARSHALL PLAN”. We are going to need a new one, only that this time it will have to be applied globally. Once the COVID-19 will be harnessed (and it will be) We are all going to start a new ERA. Nothing will be the same, but it doesn’t have to be worst than before, it could be a lot better, but this is only up to us and the future generations (copyright – pio dal cin 2020)

Cima Tofana- copyright -pio dal cin 2020

copyright -pio dal cin 2020

Morto Bepi Covre. Oderzo piange l'Uomo Giusto.


A seguito di una commozione cerebrale (e non a causa del Coronavirus come era stato scritto in certi siti e sui social) è morto BEPI COVRE. Per descriverlo e raccontare qualsiasi cosa su di lui ci vorrebbe un intero libro. Lasciamo a ognuno il proprio ricordo. A chi ha avuto la fortuna ed il privilegio di conoscerlo non servono tante parole. Mi unisco al dolore dei famigliari .(pio dal cin foto e testo)

Bepi con Maria Scardellato durante la campagna elettorale (foto pio sal cin)
Bepi con Maria Scardellato ( foto pio dal cin)

Terremoto 5.4 a Nove chilometri da ZAGABRIA alle 6:24 morto un ragazzo .


Un terremoto di magnitudo 5.4 e’ stato avvertito stamane alle 6:24. Il sisma con epicentro a 9 chilometri da ZAGABRIA, in Croazia ha interessato anche UNGHERIA SLOVENIA AUSTRIA E BOSNIA ERZEGOVINA. Dai social e dalle pagine FACEBOOK sembra sia stato sentito anche in provincia di TREVISO. Sono arrivate dal WEB le prime immagini di danni molti edifici del centro, mentre alle 9 giunge dai media la notizia della prima persona a perdere la vita. Sarebbe un ragazzo di 15 anni. Zagabria si trova quindi a che fare con una doppia emergenza visto che da alcuni giorni e’ sottoposta a lockdown per il Corona virus. Il sisma e’ statoavvertito anche i zone del Friuli e del Veneto . La profondita’ del sisma: 21 chilometri

Grande Luca, Grande Fabio Grande Veneto


 Il VENETO mostra il suo volto migliore. Nei momenti di grande bisogno sappiamo tirare fuori la GRINTA e la FORZA di un POPOLO che ne ha passate di tutti i colori dalla notte dei tempi. Carestie, Pestilenze, Guerre, Siccita’ Terremoti, Alluvioni, Tempeste.

Non ci facciamo mancare niente“. Fabio Franceschi di Grafica Veneta con sede a Trebaseleghe, ha messo a punto un sistema che garantira’ dalla prossima settimana 2 milioni di mascherine al giorno. Mascherine MADE IN VENETO che saranno disponibili a partire dalla prossima settimana che forse, se i modelli matematici si dimostreranno veri, coincidera’ con il picco delle infezioni del VIRUS che sta sconvolgendo il mondo.

MADE IN VENETO

Nella migliore delle tradizioni e del modo di concepire le emergenze, i VENETI, guidati da un instancabile LUCA ZAIA invece di piangere e lamentarsi si sono rimboccati le maniche e stanno cercando soluzioni al posto di piagnistei, cure al posto di paure e lamentele. Come sempre in momenti difficili si moltiplicano gli episodi di solidarieta’ in un momento che veramente cambiera’ il nostro modo di vivere per sempre ma non certo l’indole che abbiamo ereditato dai nostri AVI. Ne stiamo perdendo molti i questi giorni di quelli che hanno forgiato il loro carattere nella sofferenza delle prove che hanno incontrato nella loro vita. A questi ANZIANI che muoiono dobbiamo la nostra gratitudine per averci mostrato come ci si difende dalle avversita’, come ci si rialza dopo essere caduti, come mettere in moto la creativita’ quando tutto sembra perduto . Un grazie quindi a TUTTI i VENETI che si stanno dando da fare in prima linea e nelle retrovie di una GUERRA tanto SILENZIOSA quanto SPIETATA, contro un nemico SUBDOLO e INVISIBILE che va combattuto con grande senso di SQUADRA E di UNITA‘. Finira’ anche questa EMERGENZA, come finirono le altre a cui ci ha esposto la STORIA. Ne usciremo piu’ forti e ricominceremo RESETTANDO il mondo. Questa GUERRA PLANETARIA combattuta RESTANDO A CASA, in modo che i medici e il personale SANITARIO che si trovano FACCIA a FACCIA con il nemico, possano contrastarne la diffusione e salvare piu’ VITE. Grazie quindi a tutti coloro che combattono, che soffrono, che muoiono, che pregano, che si offrono volontari . GRAZIE A TUTTI i VENETi

Codogne’ Primo caso di Corona Virus.Due a Cordignano. #Iorestoacasa.


E’un ultra sessantenne la prima persona contagiata dal COVID 19. Fin dalla tarda mattinata circolava la voce in paese che potesse esserci stato un caso di infezione del terribile virus che sta scovolgendo in queste settimane le nostre vite e le nostre abitudini. Nel pomeriggio la conferma, anche se, grazie alle parole del sindaco Lisa Tommasella possiamo in qualche modo essere confortati: ” Il paziente e’ ricoverato interapia intensiva all’ospedale di Conegliano. La “BUONA” notizia e’ che NON SI TRATTA DI UN FOCOLAIO LOCALE bensi’ di un contagio preso in FRIULI durante una visita della persona della quale stiamo parlando- I familiari sono stati messi in quarantena ed isolamento e sono seguiti, come da prassi dall’ULSS e anche noi come amministrazione stiamo dando tutto il supporto possibile”. Nessun allarmismo quindi per quello che riguarda la possibilita’ di contagio da questo particolare episodio anche se la guardia rimane altissima, specie dopo le parole del governatore del Veneto LUCA ZAIA che questa mattina,durante la conferenza stampa di mezzogiorno ha fatto capire a chiare parole che ci troviamo in piena emergenza ed ha esortato tutti i Veneti a RIMANERE IN CASA.

RISCHIO CONTAGIO PER DUE MILIONI DI VENETI

“Solo se ci muoviamo insieme possiamo sconfiggere questo VIRUS- Ha detto ZAIA.- Dobbiamo stare a casa. Lo ha ripetuto decine di volte il governatore. “Facciamolo per tutti coloro che non possono difendersi; gli immunodepressi, gli anziani, i bambini. Stiamo a casa. Se non lo facciamo rischiamo di svuotare gli ospedali di malati ordinari e di riempirli di ammalati di CORONA VIRUS.” I casi sono in crescita esponenziale e l’unico sistema per fermarlo e’ rimanere a casa. Si rischia altrimenti di poter avere DUE MILIONI di Veneti in ospedali. “Attiveremo ancora misure piu’ restrittive- Ha continuato ZAIA- La’ dove ci sara’ un contagio ci sara’ l’isolamento di tutti i contatti.” Si va verso ;la chiusura di tutte le attivita? Si chiedono in molti, Sembrerebbe proprio di si, ma la decisione dovra’ essere presa dal GOVERNO e non dai governatori delle varie regioni. In molti sono comunque gli esercizi, i ristoranti, le pizzerie, i bar che hanno deciso gia’ di chiudere visto il calo vistoso del flusso dei clienti in rispetto alle normative che impongono ai locali pubblici la chiusura dopo le 18.

IL FOCOLAIO DI CORDIGNANO

Un’altra notizia e’ arrivata in giornata da CORDIGNANO ed e’ quella che sono due le persone contagiate nel comune. Sembra che, a differenza dell’episodio di Codogne‘ in questo caso si tratti di un focolaio partito da un’osteria sulla strada tra Cordignano e Caneva. Nei prossimi giorni sapremo forse qualcosa di piu’. Come sempre sara’ mia premura tenervi informati. Un’ultimo consiglio:STATE A CASA.STATE A CASA.STATE A CASA. E’ come se foste per la strada e cominciasse un acquazzone estivo. Se non aprite l’ombrello vi bagnereste dalla testa ai piedi. I prossimi giorni, le prossime settimane saranno cruciali per la lotta al VIRUS. Solo STANDO A CASA E LIMITANDO AL MASSIMO I NOSTRI RAPPORTI CON GLI ALTRI RIUSCIREMO A CAMBIARE LA TENDENZA. NON SOTTOVALUTIAMO QUESTO VIRUS.(pio dal cin – riproduzione riservata-)

Italy. Living in the red zone. The Chinese lesson and how to prevent the spreading.


Today I’m leaving my italian usual newspaper’s readers to speak to my friends on the other side of the Pond. As the spreading of the COVID19 is moving West from China, to Europe, to the USA. We, in Italy have just learned that the whole Country has become since today, March the 10th a RED ZONE. What does it really means to be a RED ZONE?

LIMITED MOVEMENTS

I live just half an hour drive from Venice, to the North East. My town is small, 5300 souls. We are well located in the very middle of the VENETO REGION, on of the most industrial, and industrious regions of Italy, known as the “Locomotive” for the economic system in Italy. In two hours I could drive to the DOLOMITES to ski in the Winter, or to hike or climb in the Summer. In one hour I can be sitting on the sandy beaches of the Adriatic Sea, or visiting a FLOATING MUSEUM called VENICE in about half an hour, either by train or by car. Today, as my hometown of CODOGNE’ in the province of TREVISO becomes as any other city, town or village in the Country, a RED ZONE, I can only move by car inside my town and its city limits. If the place where I work is situated outside these limits, I must fill out a self certification paper stating that I live here but I work there. Failing to have such a piece of paper could result into a 200 Euros fine and up to three months in prison.

STOP TO PUBLIC GATHERINGS

The virus’threath has been with us in Italy now for three weeks. If one thing we have learned for sure is that : THE COVID19 spreads by the “spray” that we do not see but we produce when talking with someone. This spray is effective within one meter. FIRST RULE: Stay away from the person you are talking with at least ONE METER. Two meters (six feet) is even better. To calculate the distance aproximately, extend your arm in front of you. The person you are talking to, or sitting at your table, should be past your finger tips.

HOW TO AVOID BEING INFECTED

The VIRUS that is now killing 3 out of one hundred patients who are infected, loves to jump from one person to the other via these TWO WAYS: Your mouth, your nose, and there is a third one, less effective, YOUR EYES. It has been asserted that a person, without even thinking about it, touches her/his mouth up to four times an hour. That is the main reason why they keep telling us :WASH YOUR HANDS OFTEN AND VERY WELL (for at least 20 seconds). We shake hands, we touch food and goods at the supermarket, handrails everywhere, from train stations to buses can host the VIRUS easily up to TWELVE HOURS. So, if you move around in a large or small town, you should wash your hands as often as you can. (I use very hot water, but that is my personal choice).

That is the reason why a ZONE becomes RED. We must not give the VIRUS a place to jump to. SCHOOLS at all levels are closed (we have just entered the third week), so are public gatherings of all kinds, including sports events, discoteques and pubs, religious ceremonies,weddings, funerals, libraries, gym, swimming pools, restaurants and bar have limited openings (up to 6 PM. After that only TAKE OUT FOOD is allowed). The NAME OF THE GAME is (#IoRestoACasa) “I’m staying home”.

LESSONS FROM CHINA

Italy’s HEALTH SYSTEM provides FREE MEDICAL CARE TO ALL. In VENETO we have developed thanks to our Governor LUCA ZAIA one of the best systems in Europe. Today, we are facing one of our greatest challanges ever the COVID-19. What we know from the chinese experience is that the VIRUS has a PEAK and then it starts going down, and eventually disappear

Veneto e Lombardia. Servirà un “Piano Marshall” per ritornare alla normalità.


Negli anni Ottanta abitavo in Florida. Uno stato dove gli uragani erano di casa. Questo Stato, dopo aver subito la forza della Natura agli inizi del 900, quando i primi uragani che si abbatterono sulle Florida Keys e Homestead fecero migliaia di vittime, corse ai ripari. Oggi grazie ad una avanzata tecnologia che si concentra nel National Hurricane Center di Miami, si riesce per per tempo a dare l’allarme alla popolazione, ad eseguire l’evacuazione forzata delle abitazioni che si trovano fino a tre chilometri dalla costa, a limitare i danni alle persone . Quando l’uragano tocca terra, a secondo della potenza espressa in una scala da uno a cinque, dove il cinque è il massimo, la sua devastazione è totale. Possono passare alcuni giorni senza acqua potabile, gas ed elettricità. Le persone evacuate vengono portate in centri di raccolta il più lontato possibile dalla costa, di solito scuole e palestre, attrezzate con brande, cibo ed acqua per almeno due settimane. Quando l’uragano esaurisce la sua forza le persone possono ritornare alle loro case, o quello che delle case rimane. A volte niente. Ho avuto l’occasione di visitare le zone più colpite da un uragano negli anni Ottanta e la devastazione era totale. Quello che mi ha colpito di più in quei giorni è stata l’enorme efficienza dell’apparato statale per riportare la vita e ridare speranza a coloro che avevano perso tutto: case, negozi, ristoranti attività commerciali piccole e grandi. Subito vennero istituiti dei fondi statali cospicui per la ricostruzione, mutui a tasso zero, o addirittura a fondo perduto, detassazione TOTALE PER DIECI ANNI e altre misure per rilanciare un territorio ferito. Ritornando nello stesso luogo, cinque anni dopo ho potuto notare che tutto era tornato non solo come prima ma meglio di prima. La zona devastata era RINATA grazie agli aiuti dello STATO che era subito e senza esitazioni intervenuto per dare una mano ad un’area che altrimenti non si sarebbe mai risollevata.

L’Uragano Economico del Corona Virus 2020

Chiaro il paragone con il VIRUS venuto (per l’ennesima volta) dalla Cina. Oggi stiamo provando sulla nostra pelle che cosa può significare dal punto di vista economico un disastro del genere. Tutte le attività piccole e grandi stanno soffrendo. Non serve elencarle. Si sta prima a dire che l’unico settore che si sta salvando è quello dei supermercati e delle grandi distribuzioni, presi d’assalto in un’orgia angosciosa per limitare un’assurda paura di rimanere senza cibo, nell’eventualità (del tutto infondata) di una pandemia. l’emoraggia va fermata con un’attento intervento chirurgico e NON CON UN CEROTTO. La devastazione economica prodotta da questo virus si farà sentire e il suo impatto sarà veramente molto duro (alcuni lo stimano con 40 MILIARDI Di Euro). A questo punto non restano che due alternative: Lo stato ci riconosca L’AUTONOMIA (e ci penseremo noi a gestire e distribuire le risorse in modo da far ripartire la LOCOMOTIVA dell’ITALIA chiamata VENETO) oppure stanzi e decida di mettere sul tavolo un PIANO MARSHALL che si concretizzi nello stesso modo in cui la FLORIDA gestisce gli URAGANI e cioè TOGLIENDO LE TASSE COMPLETAMENTE alle zone più colpite e supportando con gli stessi strumenti di cui sopra le attività di tutti i tipi indistintamente e in maniera veramente concreta. Le partite IVA, i piccoli imprenditori e i grandi, gli artigiani e tuttui coloro che per abnni hanno versato tasse su tasse ad un governo CENTRALISTA devono vedersi restituire il maltolto se vogliamo che tutto ritorni come prima, altrimenti sarà la catastrofe totale. Se non lo vuol fare lo STATO allora dateci la tanto agognata AUTONOMIA, ci penseremo noi VENETI a risorgere, come abbiamo dimostrato di saper fare nel corso della Storia, superando due Guerre Mondiali, siccità, alluvioni, terremoti e catastrofi naturali di ogni tipo. Non sarà certo un VIRUS a spezzarci. purchè non sia lo STATO senza intervenire, a farlo.

Sammy Basso a Gaiarine – Racconto e fotostoria di una serata indimenticabile


Prima di consegnare ai lettori di questo mio semplice blog l’articolo che ho pubblicato oggi sul Gazzettino, riguardo alla serata con Sammy, vorrei commentare in prima persona quello che mi ha lasciato dentro l’ascoltare questo fantastico ragazzo veneto. Nei giornali, si sa, non si può raccontare in prima persona quello che si scrive. Per fortuna ci sono i Blog, questi diari personali che prescindono da regole che possono o non possono essere divise ma che vanno comunque rispettate. Di Sammy mi è piaciuta la freschezza, il suo modo di essere autoironico, di scherzare sulla vita. Riuscire a strappare delle risate e allo stesso tempo commuovere cn il suo racconto. Sempre lucido, sempre intelligente, sempre accattattivante, mai scortese o critico di qualcuno. ( a parte una frecciatina ai governi italiani che non sono capaci di gestire i migliori ricercatori del mondo e impedirne la fuga all’estero) “Un ricercatore italiano che lavora dieci ore al giorno guadagna 1200 euro al mese in Italia. Il triplo all’estero” Ha detto il papà di Sammy, presente sul palco assieme alla mamma nella seconda parte della serata.

IL RACCONTO DI SAMMY

Uno dei racconti che più mi ha colpito di Sammy ad Albina di Gaiarine è stato quello sui Nativi Americani. I Navajos vivono in Arizona e a Monument Valley ho avuto la fortuna di arrivare di notte, una notte limpida e stellata da far sembrare la Via Lattea come se fosse sabbia dorata, sparsa in un cielo nero. Sammy ha raccontato di aver trovato invece, l’unico giorno di pioggia in tutto l’anno a Monument Valley, ripagato però ,da due arcobaleni che si incrociavano nel cielo il giorno dopo.

Sammy ha raccontato di un Popolo che vive la sua vita normalmente, ben inserito nella società Americana di oggi. Un Popolo però che sa continuare ad esprimere la sua personalità predicando la Pace e non l’odio come verrebbe naturale pensare dopo quello che hanno subito dall’uomo bianco. I Nativi (non chiamateli “indiani”come nei Western) sanno esprimere la loro Spiritualità, la loro Tradizione, la loro Lingua, la loro Cultura che ancr oggi rimangono intatte nonostante tutti i tentativi di sopressione che hanno subito da chi li voleva conquistati e sterminati. Chi si avvicina al loro modo di vivere non puo non esserne affascinato. Io li ho incontrati in un momento di transizione nella mia vita, un momento difficile. Da loro ho imparato ad amare tutte le creature dell ‘Universo, perchè siamo connessi con tutto quello che ci circonda. Gli animali, gli alberi, il firmamento e le stelle, i pianeti e le rocce; tutto fa parte di un Grande Disegno Creativo. Sammy ha avuto un nome Navajo che si traduce in “Quello che deve fare ancora molta strada”. Questo mi conforta perché i Nativi sanno guardare dentro al cuore delle persone e vedono lontano. Non può che significare che Sammy resterà con noi per molto tempo e questa è una notizia meravigliosa.

Associazione Italiana Progeria Sammy Basso Onlus

Se una cosa non esiste ma serve, allora bisogna inventarla, crearla, costruirla. Dev’essere questo il pensiero che è passato in testa simultaneamente ai tre membri della famiglia Basso quando si sono resi conto che non esisteva yuna associazione italiana che ragruppasse coloro che soffrono di questa patologia scatenata in una sola dei 3 miliardi e duecento milioni di cellule di cui è composto il nostro DNA. La cellula impazzita manda segnali sbagliati e modifica la struttura del DNA. I Basso nel 2005 decidono di fondarla loro una associazione ed ecco htttp://www.progeriaitalia.org . Ma i social, nel mondo di oggi sono importanti per farsi conoscere e quindi deve esserci una pagina Facebook https://www.facebook.com/AIProSaB/ Eccola qua. E se per i più giovani ci fosse una pagina Instagram?https://www.instagram.com/sammybasso/ Questa è la sua pagina

Molte altre le storie divertenti che Sammy ha raccontato divertendo il pubblico, come quella di un museo nella cittadina di ROSWELL in New Mexico. Qui si racconta fosse caduta una nave spaziale e tutto fu messo a tacere dalle autorita’ statunitensi. Sammy non poteva mancare ad un appuntamento così importante, visto che lui è scambiato per un alieno. “C’era una specie di museo- Racconta divertito Sammy- che aveva delle sagome di alieni. Mi sono avvicinato e mi sono messo tra le statue, immobile come loro. Quando poi un’anziana signora ha iniziato a guardarmi l’ho salutata con la mano. Lei è fuggita subito spaventata, Io nel frattempo me ne sono andato via e quando è tornata continuava a dire alle sue amiche che prima li c’era un VERO ALIENO.

Piccole storie che ci fanno capire l’indole giocosa di Sammy che non perde mai il senso dell’umorismo, perché ne conosce l’importanza, sa benissimo che una risata può guarire più di cento parole.

AVATAR E’ il film preferito di Sammy

https://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_di_Roswell

Dal mio articolo del 7 febbraio. Gazzettino -(riproduzione riservata)

GAIARINE Serata indimenticabile per le trecento persone che mercoledi sera si sono ritrovate ad Albina per  ascoltare in diretta la storia incredibile e meravigliosa del “‘Piccolo Grande Uomo” Sammy Basso. Coloro che hanno avuto la fortuna di partecipare all’evento, voluto dall’amministrazione  capitanata dal sindaco Diego Zanchetta, conserveranno un bel ricordo  del suo racconto, fatto in prima persona. 


Un racconto che ha spaziato attraverso temi  quali la famiglia, l’amicizia, la fede, la paura, la diversita’, la vita e la morte. Tutti trattati con la stessa delicatezza, la grande autoironia, il senso dell’umorismo di un ragazzo di ventiquattro anni, consapevole di tutto. Consapevole di essere unico e splendido nel suo modo di interpretare la vita al meglio. Raccontando cos’è  vivere la progeria,  rarissima patologia  genetica, e  riuscendo a trasmettere emozioni forti, a far sorridere e con  sue  ricercate ed intelligenti battute, ma anche e soprattutto far riflettere sui valori e  i sentimenti importanti della vita. 


Sammy ha trasmesso la  pace e la serenita’ di una persona equilibrata, felice e consapevole del suo  ruolo nell’universo. Un messaggero di valori profondi che hanno toccato la  platea che in religioso silenzio ha ascoltato i suoi racconti, il viaggio negli USA dove da sempre sognava di andare, sorattutto nelle sconfinate praterie del West.

Una passione per gli States nata dalla lettura del classico “Zanna Bianca” e perseguita negli anni ,con centinaia di libri, tutti gelosamente conservati. I video che scorrono nel grande schermo dietro le sue spalle lo mostrano ospite di personaggi come James Cameron, o trasformato nel lanciatore della prima palla da baseball all’inizio di una partita mentre seguito da una troupe del National Geographic ha percorso la mitica Route 66.


 Laureato in scienze naturali con 110 e lode ha spezzato una lancia a favore dei ricercatori italiani, i  migliori del mondo ma dimenticati forse, in casa, da governi distratti che non incentivano la loro rimanenza in patria.


 Sammy ha messo tutti  davanti ad uno specchio virtuale facendo loro capire  la bellezza dell’essere umano. Sono i valori che contano. La fede nel Cristianesimo, di cui Sammy va fiero, la famiglia che lo ha sempre supportato permettendogli di esprimere al meglio se stesso, gli amici , la vita che va vissuta adesso. “Non sappiamo quanto tempo abbiamo davanti a noi, per questo dobbiamo fare ora e subito tutto quello che possiamo esprimere come persone” 


” Per raccontare Sammy non basterebbe un libro .Di sicuro ha  lasciato un bellissimo  ricordo di se e un senso di gratitudine per gli insegnamenti che ha saputo dare, e si sono concretizzati alla fine della serata con un lungo, interminabile applauso  e una standing ovation da parte del pubblico affascinato (pio dal cin)

Samuel Artale. “Perche’ l’hai fatto?” Si chiedono oggi migliaia di giovani studenti, i loro insegnanti, tutti.


Dovevo arrivare alle 9 in punto a Padova. Localita’ Guizza. Non ci ero mai stato, ma le tecnologie moderne ci permettono di trovare un qualsiasi punto sulla Terra senza possibilita’ di sbagliare. Il mio compito era quello di prelevare il signor Samuel Artale, sopravvissuto ad Auschwitz, condurlo a Codogne’, dove avrebbe parlato a circa duecentocinquanta ragazzi delle medie di Fontanelle e Codogne’, coadiuvati dalla preside e dai professori che tanto avevano a cuore questo incontro che per loro sarebbe stato memorabile. Dopo , alla fine della giornata con gli studenti, l’avrei riaccompagnato a casa: quattrocento chilometri in tutto tra andata e ritorno Codogne’-Padova- -Padova-Codogne’ Codogne’Padova Codogne’. Ho guidato il taxi a Miami negli anni Ottanta. Percorrere quattrocento chilometri al giorno non era un problema, anzi, era il pane quotidiano. Decisi di partire presto, prima delle 7. Avrei trovato meno traffico e se ci fosse stato qualche imprevisto avrei potuto contare su un’ora di scarto per non essere in ritardo. Avevo avuto una conversazione telefonica con il signor Artale il giorno prima, durante la quale mi aveva spiegato come accedere alla sua abitazione. Tutto filo’ liscio, e dopo un’ora abbondante ero dove avrei dovuto essere. Aspettai le 9 e suonai. Mi rispose lui indiocandomi ancora una volta su come procedere tra un cancello e un citofono.

Ed eccolo venirmi incontro, accompagnato da una donna (la sua badante pensai, o sua moglie) . Lei mi indico’ un garage dove c’era un grande scatolone che conteneva i libri che caricai a fatica nel sedile posteriore, dove trovo’ posto la signora che in seguito seppi essere la sua badante. Parlo’ pochissimo durante il viaggio e Samuel Artale seduto davanti, con me, instauro’ durante il viaggio una conversazione fatta di domande e risposte secche, intervallate da lunghi silenzi. Non sapevo in realta’cosa dire. Avevo paura che una qualsiasi mia domanda potesse risultare indiscreta. Aspettai che fosse lui a farmene qualcuna. Lo fece fino a quando si rese conto che parlando avevo rallentato l’andatura. “Puo’ andare piu’ veloce? – Mi chiese- Dobbiamo essere li alle 10 e vorrei andarea far colazione in una pasticceria che conosco bene, vicino a Codogne'” Tanto basto’ a farmi mettere il “turbo”. In silenzio, con le mani posizionate nella presa di sicurezza conosciuta come “dieci e dieci” (pensate ad un orologio che segni quest’ora) spinsi l’auto al massimo consentito in autostrada e poco dopo un’ora e un quarto eravamo seduti a bere un caffe’nella pasticceria che lui stesso mi aveva indicato.

All’arrivo al Palablu’ di Codogne’ ci venne incontro una delle professoresse che accolse Artale con estrema gentilezza accompagnandolo all’interno dove fu accolto da un lungo applauso da parte degli studenti che, dopo averlo calorosamente accolto, si sedettero in semicerchio di fronte alla cattedra da dove di li’a poco avrebbe rivolto il suo commovente racconto.

Inizio’ premettendo che alla fine avrebbe risposto alle domande dei ragazzi , pregandoli di evitare quelle politiche e religiose . Inizio’ il suo racconto con una esile voce, amplificata a dovere dal microfono. Mentre sciorinava il suo racconto i ragazzi sembravano ipnotizzati dai particolari a volte agghiaccianti che uscivano dalla sua bocca con una totale freddezza e un distacco che gelava il sangue nelle vene. “Quando scendemmo dal treno cercarono di separarmi da mia madre, lei si oppose e un soldato le sparo’ uccidendola davanti ai miei occhi”

Il racconto continuo’ raccontando della lotta per la sopravvivenza:” Avrei fatto qualsiasi cosa per un po di cibo” e altri particolari. Alla fine le braccia dei ragazzi sembravano una foresta, tanto era la curiosita’ e la voglia di fare una domanda a quel vecchio che era riuscito a scampare vivo da quell’orrore , per trasferirsi poi negli USA ed arruolarsi nella U.S. Navy e laurearsi in ingegneria. Poi il trasferimento in Italia e l’apertura di uno studio a Padova .

Alla richiesta di mostrare il numero con il quale erano “marchiati” i prigionieri di Auschwitz, tutti i ragazzi in piedi, con grande curiosita’. Ricordo pero’ che cerco’ di impedirmi di fotografare il numero, ma era troppo tardi. Solo oggi, ho deciso che avrei pubblicato questa foto perche’ IL GAZZETTINO dei giorni scorsi ha pubblicato un dossier nel quale il signor Artale viene smentito nella sua ricostruzione e tutto quello che ha raccontato non corrisponde alla verita’

Ne e’ risultata la cancellazione di tutti i suoi prossimi appuntamenti e una nota della senatrice Segre che si delineava, allontanandosi in ogni modo, dall’essere associata con il personaggio fasullo di Artale.

Oggi, come migliaia di altre persone che lo hanno sentito parlare, incontrato, che gli hanno stretto la mano ammirando la sua forza d’animo, mi sento triste e preso in giro. Di tutto il suo discorso durante il quale continuava a ripetere che “E’ stato l’odio a tenermi in vita” salvo solo una frase che ha detto ai ragazzi che pendevano dalle sue labbra : “Studiate, studiate. La conoscenza che deriva dallo studio e’ l’unica cosa che non riusciranno a portarvi mai via”.

Voglio concludere questo mio racconto con il messaggio che ho inviato personalmente a Samuel Artale o quale sia il suo nome. Aveva condiviso con me il suo numero di telefono e via Whatsapp mi aveva chiesto di dargli una mano a vendere alcune delle diecimila copie che aveva fatto stampare del suo libro. “

“Mi spiace leggere quello che ho letto oggi su di lei. Ancor di piu’ mi spiace per le migliaia di ragazzi che venendo ad ascoltarla lei ha preso in giro inventandosi delle storie non vere e smuovendo le loro anime, i loro cuori, le loro emozioni. Spiegare a loro oggi chi lei sia risulta molto molto difficile ed e’ un colpo molto forte che lei ha sferrato con le sue bugie a questi uomini e donne del futuro, che grazie a lei si porteranno dietro questo bagaglio emotivo per molto tempo. Una violenza che non si puo’ toccare con mano e non si riesce a quantificare ma che non e’ diversa da una violenza fisica, tanto e’ il male che puo’ aver causato. Anch’io come tutti le avevo creduto, mi ero commosso, ma noi “grandi” riusciamo a superare e a metabolizzare queste cose piu’ in fretta. I ragazzi pagheranno un biglietto piu’ salato. Ci pensi pure signor Samuel, prima di addormentarsi, si metta una mano nella coscienza (ammesso che riesca a trovarla) e si chieda il perche’, come oggi stiamo facendo tutti. Non esiste una ragione , ma nemmeno una scusa. Alla sua veneranda eta’ non le rimangono moltissimi anni su questa terra e prima o poi verra’ il giorno del giudizio divino al quale nessun uomo riesce a scampare. Chissa’ come riuscira’ a guardare in faccia il suo giudice e quali scuse accampera’. Non saro’ certo io a puntare il dito e a scagliare la prima pietra contro di lei. L’unico giudice delle nostre colpe non e’ di questo mondo. Fa ancora in tempo a chiedere scusa, forse e’ l’unica cosa sensata che potrebbe fare oggi signor Artale, chiedere scusa.ma forse non bastera’ a farsi perdonare…. chissa’

Conegliano. Il castello si tinge di rosa a 100 giorni dalla tappa del 23 maggio


Dall’articolo del GAZZETTINO del 21 gennaio

CONEGLIANO Sarà il rosa il colore di tendenza per la prossima primavera. Non stiamo parlando della collezione di uno dei tanti stilisti italiani ma della corsa per eccellenza, il Giro d’Italia che il 23 maggio prossimo partendo da Conegliano proseguirà per le meravigliose Colline dell’Unesco.Il Castello di Conegliano diventerà rosa. Il simbolo della città del Cima si illuminerà di rosa il 30 gennaio prossimo, esattamente a 100 giorni dall’inizio della tappa a cronometro del Giro d’Italia Conegliano Valdobbiadene:”Vista la grande importanza che avrà questa tappa, e alla visibilità mondiale dell’evento, con i membri del comitato abbiamo deciso di illuminare il simbolo della nostra città. Il castello di Conegliano in rosa sarà visibile da chilometri di distanza e rappresenterà il simbolo non solo della città ma di tutto il territorio da qui a Valdobbiadene” Ha commentato con grande soddisfazione il primo cittadino di Conegliano. Nei giorni seguenti giornali come La Gazzetta dello Sport ed il Corriere della sera si sono impegnati a dare risalto a questa novità. E’ la prima volta nella storia che il castello viene “vestito” del colore che caratterizza il Giro più amato dagli italiani.

Passando per l’ormai immancabile Muro di Ca’ Del Poggio, il percorso della tappa si snoderà attraverso i 15 comuni delle Colline per poi andare a terminare a Valdobbiadene. Non una tappa qualsiasi, ma un’ importante cronometro che catalizzerà l’attenzione di milioni di telespettatori da 60 Paesi del mondo per alcune ore.Una cartolina che servirà da ulteriore veicolo ad illustrare la meraviglia e le bellezze di un territorio che finalmente è stato riscoperto e merita tutta l’attenzione che avrà. In questa ottica, il comitato di tappa sta già lavorando a idee che possano far risaltare al meglio il territorio e i singoli comuni che si trovano nel tracciato, conservando quell’unità indispensabile per la buona riuscita.Con il passare dei giorni si moltiplicheranno le iniziative che andranno ad affiancarsi a quelle già annunciate dal “motore” del comitato Andrea Vidotti, come la creazione di un logo che verrà realizzato attraverso un concorso nelle scuole, o quella lanciata dal sindaco di Valdobbiadene Luciano Fregonese che in conferenza stampa ha lanciato la “sfida” ai suoi colleghi sindaci lungo il tracciato,, a percorrere un tratto ciascuno della tappa, per suggellare l’unità che esiste tra le genti delle Colline dell’Unesco.Anche se mancano ancora alcuni mesi, la febbre rosa sta crescendo e il castello di Conegliano sarà il primo segno dell’attenzione che tutti stanno rivolgendo a questo straordinario evento(pio dal cin)

Il presepe piu’ bello della Marca e’ a Bibano di Godega S.Urbano


La scelta tematica ci riporta agli inizi del Novecento. Partendo da sinistra l’allestimento del bar e’ veramente indovinato. Un uomo suona la fisarmonica e mentre i bimbi lo ascoltano incantati ai bordi di sedie di paglia, gli avventori giocano a carte sui tavoli di legno dove un tempo si “batteva il carico” con gran rumore. Sullo sfondo, a sinistra, una stufa di pietra rossa che ci riporta a tempi lontani mentre sul muro, dietro il pesante bancone di legno svetta una vecchia TV che passa programmi della prima stagione televisiva in bianco e nero degli anni Cinquanta: La TV dei ragazzi, Rintintin e partite di calcio. La scena si apre in una enorme piazza con gente in primo piano che si ferma a chiacchierare tra tacchini e pecore, trattori e cani. La stalla e’ un vero bijoux, con una mucca che allatta un vitello mentre il contadino guarda, vestito con un vecchio tabarro. La scena della nativita’ si  divide in due scene: quella diurna con la Madonna, Gesu’ Bambino e San Giuseppe, e quella notturna con i Re Magi. L’ultimo sipario si apre su un’ampia cucina dove un barbiere si appresta al suo lavoro in casa, spostandosi con la bicicletta com’era d’uso nei primi anni del secolo scorso.Appesi al soffitto gli insaccati, e mentre i bambini nella parte sinistra della scena osservano incantati il presepe, sullo sfondo una vecchietta seduta al tavolo della piccola cucina riscaldata da una vecchia stufa economica dove pendono dal tubo i panni. Nel piano superiore il parroco visita una persona malata. Un capolavoro questo presepe,che va gustato soprattutto nei suoi particolari, curati nei minimi dettagli che a mio avviso lo promuovono al piu’ bello della Marca.Assolutamente da non perdere.Una meraviglia..Per visitarlo informazioni a questo numero 3402395082

Sette minuti :Aeroporto di Venezia, esempio unico al mondo di come NON accogliere i turisti (disabili)


Breve storia (vera) di come un disabile possa sentirsi discriminato e costretto a corse e gimcane impossibili all’aeroporto MARCO POLO di VENEZIA.

ORE 13:21 – Giovanni (nome inventato) arriva alla grande rotonda che immette ai terminal dell’aeroporto veneziano. Un enorme cartellone annuncia che ha solo SETTE MINUTI a disposizione per non prendere la multa. Il luogo che deve raggiungere è circa due chilometri dalla grande rotonda. Giovanni con lo sguardo, mentre percorre il perimetro dell’aeroporto cerca inutilmente delle indicazioni che lo dirigano ad un eventuale spazio dedicato ai disabili.

ORE 13:26 – Il nostro amico arriva al vecchio terminal, vicino alla darsena., luogo dove ha un appuntamento in un ufficio alle 14:00. I parcheggi di fronte all’edificio in questione hanno tutti il cartello di divieto di sosta e di rimozione forzata del veicolo. Giovanni tenta un ulteriore giro del terminal, chissà mai se gli sia sfuggita l’area dedicata ai disabili.

ORE 13.30 – Giovanni è’ già fuori tempo massimo e a questo punto scatterà la sanzione, ma lui ancora non lo sa. Ritornato al punto di partenza trova un poliziotto e gli chiede dove può parcheggiare con il tagliando disabili. :”Lo può fare in qualsiasi dei parcheggi che troverà” -Risponde il poliziotto. Ora Giovanni ha capito che , a differenza di tutti gli aeroporti del mondo, i parcheggi per i disabili non si trovano di fronte agli edifici dove uno deve recarsi, bensì nei parcheggi comuni anche ai normo dotati. Più tardì saprà che ci sono degli spazi dedicati ai disabili ma che rimangono tuttavia lontani dal punto dove lui dovrebbe essere alle 14:00.

ORE 13:35 – Giovanni è tornato di fronte al CULTO CAFFE’. Parcheggia e entrato nel terminal trova dei facchini ai quali chiede dove può parcheggiare con il cartellino disabili. “Deve andare nel parcheggio qui di fronte” Gli risponde uno dei signori interpellati – Però guardi che la multa l’ha già presa” Giovanni meravigliato dell’affermazione chiede come mai. “Quando lei ha superato la grande rotonda d’ingresso, sono scattati i SETTE MINUTI a disposizione per non prendere la multa. Si è chiesto da quanto tempo ha superato la rotonda?” Giovanni pensa un attimo e realizza che in effetti i SETTE MINUTI sono passati da un po’. Prende l’auto e, ora, che ha capito il funzionamento del sistema va a parcheggiare nel parcheggio coperto subito di fronte alla DHL.

ORE 13:45 Dopo aver parcheggiato Giovanni si reca all’ambsciata in tempo per il suo appuntamento ma si sente beffato da un sistema troppo subdolo e pronto ad approffittare del’ignoranza dell’utente e si ripropone di andare a fondo per capire e cercare di cambiare un sistema che non trova solo ingiusto ma addirittura vessatorio; una trappola per turisti che da buon Veneto non è disposto a digerire.

ORE 15:00 Dopo aver completato le pratiche presso l’ufficio preposto, Giovanni si reca all’interno del terminal delle partenze. Chiede alla polizia come si deve comportare in merito alla sua disavventura. Il poliziotto al citofono lo dirige al comando dei carabinieri al piano terra. Il carabiniere lo accoglie con gentilezza e gli spiega che :” Il servizio è gestito dalla polizia locale veneziana, ma non c’è un ufficio all’interno del terminal, bisogna contattarli eventualmente via telefono e cercare una soluzione” Giovanni cerca il sito su Google e vede che gli uffici sono chiusi, riapriranno il giorno dopo.

Qui finisce la storia di Giovanni che potrebbe essere stata quella di chiunque oggi. Di un turista Francese, Inglese, Americano, o di un residente in Veneto o di qualsiasi altra regione italiana. Quello che stride è il modus operandi un un aeroporto che dovrà in futuro accogliere milioni di turisti, come ha sempre fatto in tutti questi anni. Applicare una regola che limiti a così pochi minuti l’ingresso e l’uscita dei veicoli in transito e sarà controproducente per l’immagine della città di Venezia ma non solo, lo sarà per tutta la regione che in questo modo farà la figura di un ente vessatorio e non amico disposto ad accogliere chi viene nel nostro territorio per godere di tutte le bellezze che lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Vogliamo essere amici di chi viene a spendere i propri soldi e il loro tempo qui da noi o vogliamo dare l’impressione di voler mettere loro le mani in tasca con dei trucchetti furbeschi che puzzano terribilmente di trappola? I DISABILI poi, che hanno sicuramente più bisogno di tempo di coloro che sono normo dotati per muoversi non credete abbiano il sacrosanto diritto di essere esentati da questi “giochini del tempo”? Immaginate una persona in carrozzella che arrivata al terminal dovesse cercare di rimanere dentro ai fatidici SETTE MINUTI,da quando supera la grande rotonda fino a quando deve salutare i parenti . Credo sia giusto che siano esonerati da questa stupida e fuori dal tempo e da ogni logica normativa. Alle persone normali non resterà che l’opzione di inserire il TURBO e di muoversi come Speedy Gonzales all’interno di questa grande e subdola trappola nel quale si è trasformato oggi il MARCO POLO

Corri corri… abbiamo solo SETTE MINUTI siamo al MARCO POLO di VENEZIA

Oggi primo gennaio 2020 ho scritto una lettera alla Commissione per l’Invalidita’ della Comunita’ Europea segnalando il fatto e l’ingiustizia di questa regola “BARBARA” dei SETTE MINUTI. Qui di seguito il testo:

L’aeroporto MARCO POLO di Venezia dispone di parcheggi per i disabili nei parcheggi normodotati tuttavia, entrando con l’auto nel perimetro aeroportuale,il disabile non viene informato correttamente. Cercando il consueto parcheggio (blu e bianco) e non trovandolo, il disabile si trova con due alternative:A) ritentare il giro per vedere meglio se tali parcheggi esistono B) parcheggiare all’interno dei parcheggi normali. Nel fare questi movimenti, il DISABILE ha solo SETTE MINUTI DI TEMPO, trascorsi i quali si trovera’ multato per aver superato il tempo limite (80 Euro). Trovo che questo subdolo sistema vada rivisto e leda i diritti dei cittadini sia DISABILI CHE NORMALI. Certo che, visitando preventivamente il sito, si possono trovare le informazioni atte ad evitare questa vera e propria trappola a tempo, ma a volte chi si reca urgentemente all’aeroporto o anche non urgentemente, non puo e non dovrebbe essere penalizzato in questo modo, che non tardo a definire “barbaro”. Non credo ci siano altri aeroporti nel mondo che trattino i disabili in questo modo. Sono disabile al 80% e riesco grazie a Dio a deambulare con le mia gambe.Mi metto nei panni di coloro che si trovano con una carrozzella a fare lo  stesso mio percorso. Senza dire che dal parcheggio “normale” all’ufficio dove dovevo recarmi quel giorno c’erano piu di 600 metri, mentre un parcheggio blu e bianco avrebbe potuto ovviare a tutta questa piccola ma fastidiosa odissea. Spero di essere stato abbastanza chiaro e soprattutto di poter vedere che almeno a Bruxelles ci si possa rivolgere al fine di risolvere un’ingiustizia vera e propria perpetrata da questa societa’ che gestisce l’aeroporto come un vero e proprio monopolio e con metodi poco trasparenti. Rimango a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento. al numero…..

Codognè,Gaiarine,Godega, Mareno di Piave,Cordignano,Orsago,Fontanelle Vazzola. Furti a raffica. La gente è stanca. Serve l’esercito! Subito!


Inutile elencare dove e quanti furti ci sono stati negli ultimi giorni nei nostri paesi.Inutile dire che i carabinieri si stanno dando da fare.Sappiamo che il loro numero rende questa una battaglia impari. Le poche pattuglie disponibili non possono certo coprire un territorio di competenza di quasi trenta chilometri. L’unico dato certo è l’esasperazione ed il senso totale di impotenza verso questi scarafaggi che con la velocità della luce si intrufolano nelle nostre case, razziano e fuggono. E’ successo ieri sera a Codognè, tra le 19 e le 20:30 almeno tre furti. Sembra un attacco terroristico e come tale andrebbe trattato. Quando si parla di impiegare l’esercito sembra che si evochi il pericolo o l’imminenza di una guerra Ti guardano in faccia come per dire:”Esagerato..l’esercito?” Non credo però sia esagerato parlare di vera e propria emergenza sociale. I giornali sono pieni di articoli da settimane, si parla di interventi, di potenziamenti di personale, di ulteriori controlli, ma quando cala la sera ecco che gli scarafaggi si scatenano. Cominciano a piovere segnalazioni sui vari siti, la gente esce per cercare di fermarli e loro, imperterriti (e impuniti) se ne vanno per le vie ora di Gaiarine, di Godega, di Cordignano, di Orsago, di Vazzola, di Fontanelle, di Mareno di PIave, di Codognè a razziare le case e a seminare terrore e panico tra la gente che no si sente più sicura e lancia un grido di allarme:FERMATE QUESTE IMMONDIZIE UMANE che ci tolgono il piacere di essere quello che siamo sempre stati, un paese pacifico e sereno. Non è terrorismo urbano questo? Se concordiamo che lo è, allora impieghiamolo questo ESERCITO. I militari con delle jeep che girano dalle 17 alle 21 per le strade dei paesi sarebbero il gusto deterrente per questi maledetti scarafaggi . Non scandalizziamoci se invochiamo l’ESERCITO. I volontari che lo compongono sono dislocati in Paesi lontani come l’Afganistan per garantire l’ordine mentre qui a casa nostra dobbiamo subire una violenza continua. Violenza che è pari ad una violenza fisica o morale, perché un furto toglie non solo i ricordi di oggetti che non sono preziosi solo per il loro valore, ma per la componente affettiva che hanno, ma soprattutto la SERENITA’ che ci siamo conquistata negli anni e che nessuno ha diritto a portarci via. Diciamolo alle istituzioni, ai politici, ai prefetti:MANDATECI L’ESERCITO, proteggeteci, tutelateci da questo cancro sociale, ma non perdete tempo, tra qualche ora tornerà il buio e gli scarafaggi del furto torneranno a colpire impuniti.

“Alligator Blues”- A true story


The water wasn’t cold, or limpid as I expected it to be…it looked just like coffee cream and sugar. I knew that  I had very little time to swim to the surface before I could be bitten by one of the hundreds of alligators who where now probably swimming around or close to me….

The boat I just rented was circling over my head, about 18 feet from where I was now. I had fallen from the boat into the muddy Everglades water and I was trying to escape the situation as fast as I could. As  I reached the bottom of the river I pushed hard on my heels and sprung in to the surface just in time to see the small boat heading in my direction.

I crossed both arms over my head and face,trying to protect myself. I heard a thud, but no pain. Somehow I manage to swim to the pier where someone lifted me up and layed me face up.

All the cameras I brought to take pictures of the alligators were now in the bottom of the river and I was laying there, frightened and cold, trying to understand what had really happened to me.

I looked over my right shoulder… “Oh my God!! I could see the bone. My shoulder was ripped open and blood was floving slowly…but the sight of the bone threw me into desperation, as I thought that my arm was gone or about to be gone. I cried like a baby repeating “please do no cut my arm….”

As the helicopter dispatched there from the nearest hospital hoovered over me I remember thinking that I was badly hurt. I was indeed. The propeller had chopped me up here and there. The worst wound wasn’t the shoulder though…the tendons of the right index were sewered badly, leaving my finger dangling on the side of my hand.

When the paramedic picked me up to place me into the stretcher he could not hide an expression on his face that meant “Oh man you look really bad….”.

When I reached the helicopter I repeated once more: “please do not cut my arm…” and I passed out…

FOURTY EIGHT HOURS OF FEAR

When I woke up in my hospital bed I could hardly move. I was in pain. The doctor came and gave me an update on my wounds… his voice was calm and steady:

” Your left index’s tendons are gone. You have a deep cut on the right forearm and we placed thirthy stitches on it.Two more cuts on your head, and the worst wound is on your right shoulder…. We must wait and see..the propeller was rusty…if infection should develop in the next fourtyeight hours, we will have to cut your arm…I’m sorry.”

So I went trough the next two days hoping that the infection did not affect my wound: I was in intensive care and in terrible pain. Every four hours the nurse would come in to give me a  shot to ease the pain and it worked well,that shot put me to sleep…but when the fourth hour was approaching I would beg for the next one, just to get rid of the excriciating pain I was experimenting in that hospital bed…eight thousand miles away from home.

TRUE LIES

I had left Italy just a few days before. I was on vacation for a week and I decided to come to Florida to capture pictures of wildlife in the beautiful Everglades Park.

The accident had put me in a very odd situation: I could not tell my folks back in the Old Country that I was in the hospital. It would have not done anyhting good to me have them worring about my health status. So I decided for a lie.

I called them up and told them that I was going to stay in South Florida one or two more weeks, because I was having a real great time.

Only when I went back eighteen days later they understood that I was trying to keep my wounds for myself.

LESSON LEARNED

The two days finally passed and the doctor came back with the verdict of no infection.  I came to realize the value of every little part of my body. I thanked God for my feet, my arms, my eyes…my entire life which I was taking for granted up to the very moment I fell into the Everglades and came out a new person, wounded in the body yet healed in the spirit.

HOME

I went back home after the ordeal. I was a young photojournalist trying to establish myself as such. The year of the accident was 1986 the day was November the 8th.

La “Signora dei Bachi da seta” 94 anni.


La vulcanica Maria Pia Premuda Marson: 94 anni, due lauree e un libro sul baco da seta: “Ho capito l’uomo studiando il baco”

Nel cercare storie di persone nei nostri paesi della Sinistra Piave non è difficile imbattersi in donne e uomini che hanno avuto un percorso difficile. La cosa che accomuna di più questi personaggi che diventano delle vere e proprie “icone viventi” con il passare degli anni. Un caso su tutti, Maria Pia Premuda Marson: 94 anni, due lauree, una in farmacia e una in lettere.

La vulcanica signora è originaria di Codognè, figlia di Nicolò Premuda, uno degli storici sindaci del paese, che con la sua visione carismatica trasformò il paese in un centro vivacizzato dalla presenza della Caserma Maset, dove migliaia di soldati da tutta Italia vennero a trascorrere la “naja” iniettando nella tranquilla economia del paese forze e risorse nuove.

La signora Maria Pia ha una tenacia e una lucidità che stupiscono, come stupiscono le quasi mille pagine del suo compendio sul baco da seta scritto all’età di 86 anni, “Bombyx Mori”.

Mi creda, ho imparato di più sulla vita dell’uomo scrivendo e studiando questo favoloso insetto che studiando per ottenere le mie due lauree” afferma sicura la dottoressa Maria Pia Premuda Marson, che ha scritto un compendio su “L’ importanza di un insetto nella vita dell’uomo”: nelle 645 pagine racconta tutto, dalle origini fornendo documentazioni inedite e riferimenti ben precisi. “Un’enciclopedia del Baco” si potrebbe definire.

Mia madre con la sua tenacia ha salvato da sicura distruzione tutto l’enorme patrimonio storico contenuto nell’Istituto ed è grazie a lei se oggi possiamo fare questo viaggio nel tempo raccontando ai visitatori la storia di questo insetto meraviglioso ma forse ancora, nonostante tutto poco conosciuto”.

In pieno centro a Vittorio Veneto, esiste da tempo il “Museo del Baco”: si tratta di uno spazio ricavato all’interno dell’Istituto Bacologico Marson, fondato da Domenico Marson, cittadino vittoriese nel 1882.

La seta era di un’importanza economica immensa, tanto da essere trattata fino ai XIX secolo alla stregua stessa dell’oro e chi avesse portato il segreto della lavorazione di questo pregiato tessuto fuori dai confini della Cina era condannato alla pena capitale.

Alcuni ci provarono. Ci riuscirono nel 553 dopo Cristo due monaci. L’imperatore Giustiniano, come altri prima di lui, aveva sentito parlare di come veniva prodotto questo prezioso “filugello” che erroneamente si pensava fosse di origine vegetale e quando i due monaci di ritorno da un viaggio gli riferirono la verità e gli portarono le prove, sotto forma di uova di bachi da seta, l’imperatore diede il via ad un’intensa campagna di diffusione di questa cultura. Ecco quindi che, cavalcando attraverso i secoli, il baco arriva fino ai nostri giorni.

La bachicoltura a Vittorio Veneto, ebbe inizio grazie all’intuito e all’acume del dott. Domenico Marson (1854-1930) laureato in Chimica Farmaceutica.

Ottenuto il diploma di bacologo presso la regia stazione sperimentale di Padova, nel 1882 inizia il lavoro di produzione di seme bachi e il suo stabilimento a Vittorio Veneto ottiene una rinomanza per i suoi studi e le sue felici esperienze.

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Tutte le strumentazioni dell’epoca sono perfettamente conservate nel museo vittoriese come i vecchi attrezzi per dividere i maschi dalle femmine durante lo “sfarfallio” il momento in cui le farfalle lasciano i bozzoli per accoppiarsi e deporre le uova, i microscopi e le attrezzature.

Una ricchezza di oggetti che se non fosse stato per la tenacia e la determinazione dell’anziana madre sarebbero andati probabilmente distrutti, portandosi via un pezzo importante della nostra cultura e della nostra storia.

Al termine della visita si ha l’impressione di essere usciti da una fiaba, da una nuvola che profuma di dell’Ottocento e che è un piacere ritrovare qui oggi perfettamente in ordine, immobile, come se il tempo complice si fosse fermato in un fotogramma in bianco e nero.