Lo spazzacamino a Venezia.

FONTE: Storia-e-Iconografia-delle-Arti-che-vanno-per-via-di-Gaetano-Zompin

Lo “scoa-camin” mostra un uomo dal passo stanco, la schiena curva, il volto patito, con in spalla il suo attrezzo di lavoro. Questa incisione è sicuramente una di quelle che più hanno influito nel considerare Le Arti una rappresentazione dell’improbo lavoro degli ambulanti, di cui abbiamo accennato nell’introduzione. «Come facesse ad arrampicarsi agevolmente nell’interno di essa era un suo segreto; di solito lavoravano in coppia, e mentre il più agile dei due si introduceva nella cappa, l’altro saliva sul tetto e calava attraverso il comignolo la corda alla quale era appeso un grosso graffio formato di listelle di ferro, e con tale arnese le pareti della cappa venivano accuratamente raschiate mediante un movimento di andata e ritorno prodotto dai due uomini […]

La sua caratteristica figura con ampi calzoni di velluto, scarponi e giacca larga, il cappello a larghe tese calato sugli occhi, ed i suoi arnesi sulle spalle non sarà altro che un ricordo d’un tempo passato.» (G. Bignami, 1967, p. 47)

Tra i mestieri più umili ma importanti, svolti nell’antica città di Venezia, vi era certamente quello degli spazzacamini (in veneziano scoa-camin). La maggior parte di essi abitava nella calle degli Scoacamini, vicino a San Marco (cfr. G. Tassini, 1872, p. 660). Erano soprattutto ragazzi di strada, poveri e orfani.

Per svolgere questo tipo di lavoro dovevano essere molto piccoli e magri, per poter entrare nella canna fumaria e pulirla (cfr. A. Artale, 2011, p. 172). Provenivano dalle Valli del Lago Maggiore, dalla Val di Non, dalla Valcamonica, dalla Val Brembana, dalla Val d’Ossola, dalla Valtellina, dal Bellunese, dove vivevano popolazioni forti e disposte a fare lavori umili (cfr. G. C. Valli, 2002, p. 48).

Nella didascalia che accompagna la tavola, è spiegato che lo spazzacamino non si limitava alla pulizia dei camini delle case, ma veniva assunto anche per lo svuotamento delle latrine.

Che questo lavoro ingrato fosse affidato agli scoa-camini immigrati è testimoniato da Antonio Cicogna (1853, VI, p. 135) e Agostino Sagredo (1856, p. 79), il quale aggiunge che essi rubavano il lavoro ai cittadini veneziani: «si esercitavano nel cavar le latrine, gente che davasi la muta un’anno per l’altro e che estraevano da circa ottomila ducali all’ anno togliendo l’ impiego a’ sudditi».

Gli spazzacamini non godevano di una buona reputazione e la gente diffidava di loro: erano considerati degli imbroglioni, che facevano male il loro lavoro. notato questo, che, quando i spazzacamini vanno in volta il tempo si conturba, quasi, che il cielo si sdegni di ricevere il fumo, e la caligine, che da’ camini leva il raschiatore della spelonca fumicosa per sua onta e dispetto … Spazzacamino, che talhora si paga co un bicchiere d’acquarello, e un pezzo di pan fresco, no portando altra mercede indietro, se ben col mascarone al naso s’affatica come un can per un’hora di lungo a scovare et nettare quanta immonditia ne’ camini ritrova.»

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