Il Piave. La Piave. Perche’ Il Piave e’ maschile e non femminile?

Perche’ il Piave ha l’articolo maschile? ( fonte: Accademia della Crusca) FOTO CREDIT https://ilbolive.unipd.it/it/news/piave-storia-fotografica-fiume

Originariamente il Piave, come diversi altri fiumi del Veneto (Brenta, Livenza, Sarca, Sonna, ecc.), era infatti di genere femminile. Così risultava nel dialetto (la Piau nel sec. XVIII a Belluno, la Plaf a Vittorio Veneto) e localmente: ancor oggi ce ne possiamo render conto da almeno un paio di “relitti” toponomastici: la Piave vecchia (antico alveo e località alla foce del fiume), la Piavesella di Nervesa (canale scolmatore). Il femminile era largamente attestato anche nella lingua, in scritti letterari o meno, opera di veneti e di non veneti, dal Medioevo fino ai primi del Novecento. Ad esempio, il nome Piave ricorre come femminile nella Cronica dei Villani, nel Dittamondo, nelle Rime del Sacchetti, in Guicciardini (che usa la variante in –a: «fiume della Piava»), Garzoni, Da Ponte; va detto però che le occorrenze più recenti sono solo letterarie, come quella nella Nave (1908)di Gabriele d’Annunzio: «La Piave e la Livenza coprono tutti i pascoli». Anche Dante usa Piava, ma il genere è indeterminabile e la terminazione in –a forse condizionata dalla rima: «In quella parte de la terra prava | italica che siede tra Rialto | e le fontane di Brenta e di Piava» (Paradiso, IX, 25-27). La forma Piava è comunque attestata anticamente in documenti veneti, fin dalla cronaca trecentesca del doge Andrea Dandolo, dove si tratta delle concessioni di Liutprando al doge Paoluccio: «a Plava maiore usque in Plavam siccam sive Plavixellam».

Dall’inizio del Settecento, tuttavia, non erano mancati degli sporadici impieghi maschili (prevalentemente di scriventi non veneti), impieghi che si erano infittiti assai, fino a diventare pressoché esclusivi, nella seconda metà dell’Ottocento, e questa volta nello stesso Veneto, specialmente negli scritti di studiosi, geografi, ingegneri che si occupavano del fiume; ma anche, e diffusamente, nella lingua comune: ricordo che nel 1867 un settimanale di Belluno si intitolava Il Piave; e che la Gazzetta di Conegliano (1868-1880) riportava nel sottotitolo: Organo del Comizio agrario e degli interessi della sponda sinistra del Piave. Non stupisce, quindi, che compaia il maschile nell’ode Cadore che Giosuè Carducci scrisse «In piazza di Pieve del Cadore | e sul Lago di Misurina | sett. 1892» e che fu raccolta in Rime e ritmi: «Pieve che allegra siede tra’ colli arridenti e del Piave / ode basso lo strepito, / Auronzo bella al piano stendentesi lunga tra l’acque / sotto la fósca Ajàrnola».

Il diffondersi generalizzato del maschile non era altro, come abbiamo visto, che una conseguenza della modernità: la scolarizzazione che tendeva a promuovere la norma dei grammatici e il progresso tecnico-scientifico e commerciale che esigeva uniformità terminologica e precisione nelle denominazioni: anche i nomi geografici andavano normalizzati, e dunque per le persone acculturate i fiumi eran tutti maschili, tanto che la sorte toccata al Piave fu riservata, per restare nella regione, anche a Brenta, Livenza e Sarca, nomiche non furono protetti nemmeno dalla loro terminazione in –a. Così gli stessi veneti, che magari in dialetto continuavano a usare il femminile parlando di tali fiumi, quando prendevano la penna e si accostavano all’italiano, passavano al maschile.

Per il Piave, tuttavia, il definitivo mutamento di genere, avvenuto in modo lento e inavvertito nel corso dell’Ottocento, certo attraverso una fase in cui i due diversi usi convivavano – l’uno abbarbicato sempre più debolmente nel dialetto, l’altro sempre più propagginato nella lingua – , fu turbato da un improvviso dietrofront, quando, durante la Grande Guerra, fra il 1917 e il 1918, il nome del fiume balzò per un anno intero nei titoli dei giornali, trasfigurandosi subito in qualcosa di simbolico e di leggendario.

Già avanti la guerra il Piave era un fiume di confine, almeno per la parte più prossima alle sorgenti, ma adesso, con la disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917 e la precipitosa ritirata dell’esercito e della popolazione («Profughi ovunque dai lontani monti, / venivano a gremir tutti i suoi ponti», recita la Canzone del Piave), era diventato la nuova trincea difensiva della nazione. Una naturale trincea d’acqua che consentì la riorganizzazione delle forze militari italiane, passate drammaticamente sulla riva destra prima che il 9 novembre fossero fatti saltare tutti i collegamenti. Attestatosi saldamente su quella linea, l’esercito poté resistere perfino alla massiccia offensiva che mossero gli austro-ungarici nella cosiddetta “Battaglia del solstizio” del giugno 1918, che costò loro più di centomila caduti. In quell’occasione lo sfondamento del fronte italiano fu impedito anche grazie a un’improvvisa piena del fiume («Si vide il Piave rigonfiar le sponde, / e come i fanti combattevan l’onde. / Rosso del sangue del nemico altero, / il Piave comandò: “Indietro va’, o straniero!”»). Per una sorta di contrappasso l’attacco che il generale Armando Diaz volle sferrare il 24 ottobre 1918, e che fu risolutivo per la vittoria finale, venne ostacolato proprio da una piena del fiume, tanto che fino al 28 fu quasi impossibile stabilir delle teste di ponte sulla riva sinistra e l’opera dei pontieri risultò assai difficile e rischiosa.

La compostezza nel subire l’onta dell’invasione del territorio nazionale, i sentimenti di rivincita dell’esercito umiliato, la lunga e strenua attesa di un intero popolo davanti a quella viva e vasta linea d’acqua, le azioni e le battaglie memorabili che si svolsero sulle sue sponde, fecero del Piave un “fiume santo” e lo posero subito al centro di una sorta di epopea popolare. Si può così ben comprendere come già allora il Piave si trasformasse di fatto in un potente mito identitario e nazionalistico, circonfuso dall’alone luminoso che quell’epopea gli conferiva. Grazie ai bollettini di guerra firmati dal generale Diaz, ai racconti dei soldati, alle cronache dei giornali, alla Leggenda del Piave composta in occasione della battaglia del “Solstizio” e immediatamente fatta propria dalla truppa e dall’intera popolazione, il suo nome divenne subito emblema di eroica resistenza e di riscatto nazionale, stampandosi profondamente nell’animo degli italiani e predisponendosi così a trasformarsi in un nome comune, come poi avvenne.

Ora, proprio in quest’ultimo anno di guerra, mentre il nome del fiume correva sulla bocca di tutti, esplose anche la questione squisitamente linguistica relativa al suo genere grammaticale: si doveva dire il Piave o la Piave? Una questione analoga a quella sull’opportunità di dire “puristicamente” la fronte invece che il fronte (dell’esercito) che all’inizio della guerra, nel 1915, aveva riempito le pagine dei giornali a cominciare dal «Corriere della sera»: un segno di come i grammatici militanti, per un riflesso di quella mania nomotetica che si annida anche nelle menti più elette, non rinuncino mai alle loro prerogative, nemmeno nei momenti più drammatici. Qui tuttavia è interessante capire come sia potuta sorgere tale questione linguistica, nonostante fosse priva d’una vera ragion d’essere, in quanto, e lo si è visto, il maschile Piave era ormai da tempo nettamente prevalente nella lingua dei libri e dei giornali, nell’uso comune e perfino nelle prescrizioni degli stessi grammatici.

Come sempre avviene in queste cose, tutto nacque dal brusco impatto con la realtà. Con l’arretramento del fronte sulla linea del Piave, quando fra i comandi militari e il circo mediatico al seguito ci si rese conto che il nome del fiume, che fino a quel momento era stato ritenuto e usato come maschile, era invece femminile per la popolazione locale, la questione divenne lampante e ci fu chi volle vederci chiaro e stabilire quale fosse la forma più corretta, se quella popolare o quella delle carte geografiche e dei comunicati ufficiali. Fu anche facile scoprire che il femminile, oltre che in uso fra i contadini, era proprio della tradizione letteraria; mentre il maschile aveva cominciato a imporsi solo di recente, nel periodo in cui il Veneto era sottoposto all’Austria. Già alla vigilia della guerra quell’innovazione morfologica era stata addirittura attribuita ai dominatori stranieri dall’avvocato filoirredentista Carlo Cassan. Ma adesso, con le truppe ripiegate in posizione difensiva sulla destra del fiume, la questione, in sé piuttosto irrilevante, trascese rapidamente e si trasformò in una tumultuosa polemica intorbidata dall’odio ideologico e dalla passione nazionalistica: lo snaturamento del nome del Piave era colpa del barbaro nemico che aveva voluto corrompere scientemente il “legittimo” uso linguistico quando aveva dominato il Lombardo-Veneto!

Bastò poco perché, da un giornale all’altro, si scatenasse una rabbiosa campagna contro la “mascolinizzazione” del Piave, sentita come un retaggio della dominazione austriaca: un retaggio che andava assolutamente cancellato, ripristinando l’originario e “legittimo” uso femminile. Quasi tutti coloro che intervennero furono presi da una sorta di furore grammaticale e il problema venne analizzato da ogni punto di vista e in ogni minimo dettaglio: si frugarono gli archivi alla ricerca di attestazioni antiche e recenti della parola; si presentarono dati e testimonianze di esperti e di popolani, di veneti e di non veneti; si promossero inchieste e si scrissero lettere ai giornali, in una sorta di crociata puristico-nazionalista che s’ingrossava strada facendo.

Di fronte all’andazzo generale, furono ben pochi coloro che ebbero coraggio di esprimere un parere diverso o chesolo mostrarono di non apprezzare quella campagna di stampa. Fra questi va ricordato Gabriele d’Annunzio, che pure aveva impiegato il letterario la Piave nella tragedia La Nave. Ora invece egli userà solo il maschile: lo aveva fatto come tutti dall’inizio della guerra, ma vi insisterà con particolare enfasi dopo il ripiegamento sulla linea del Piave.

12Tu, Gladys Dal Cin, Diego Carlet e altri 9

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