Svezia e Covid: Esperimento Fallito. 5.420 morti (ad oggi) su 10 milioni di abitanti.



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5.420 è il numero dei decessi in SVEZIA al 7 luglio 2020. Il numero potrebbe sembrare basso se viene confrontato con Paesi come gli Stati Uniti dove i morti sono ad oggi 129.000. Se andiamo a vedere il numero per milione di abitanti (la svezia ne ha 10 milioni) ecco che ci si rende conto che la SVEZIA, adottando misure più libertine rispetto a tutti gli altri Paesi del mondo ha avuto il QUARANTA PERCENTO in più di MORTI che gli STATI UNITI, DODICI volte in più della vicina NORVEGIA, SETTE volte in più della FINLANDIA e SEI volte in più della DANIMARCA (così come riportato oggi dal NEW YORK TIMES da
Peter S. Goodman in questo editoriale: https://www.nytimes.com/2020/07/07/business/sweden-economy-coronavirus.html?campaign_id=154&emc=edit_cb_20200707&instance_id=20100&nl=coronavirus-briefing&regi_id=59183659&segment_id=32845&te=1&user_id=b3e969db7d9f76c45436d756eb019917

“Il tentativo della Svezia di salvare l’economia e i posti di lavoro, ignorando completamente le restrizioni imposte dagli altri Paesi – Continua Goodman nel suo articolo – E’ stato un completo fallimento.” Come si è visto nei telegiornali e nei media nei mesi scorsi, la SVEZIA ha lasciato che la vita scorresse regolarmente, senza imporre LOCKDOWN o misure restrittive, percorrendo una PROPRIA strada che sta facendo da BOOMERANG , sia nel numero di morti che nell’impatto sull’economia che i numeri rivelano essere più alto che nei PAESI limitrofi. Se compariamo i 2.024 MORTI DEL VENETO (su 4 Milioni e 800 mila abitanti) ai 5.420 (su 10 milioni circa della SVEZIA) ci rendiamo conto che con la gestione opinata e restrittiva imposta dal GOVERNATORE LUCA ZAIA abbiamo avuto si molti decessi, ma sarebbero stati almeno il TRIPLO senza il LOCKDOWN e tutte le misure di distanziamento. Il Virus non conosce confini e nessun Paese si può ritenere immune da questa Peste 4.0. Forse dovremmo imparare ad agire più come un’ unico PAESE che vive nello stesso PIANETA, invece che pensare egoisticamente al nostro “orticello” pensando di essere più o meno bravi degli altri. Peccato che il prezzo di una lezione non recepita siano le vite di chi subisce le decisioni sbagliate dei propri LEADERS (copyright . pio dal cin-riproduzione riservata)

La Pieve di S. Pietro di Feletto (Parte Prima- La storia.


Cristo della Domenica- S.Pietro di Feletto

La chiesa di S. Pietro di Feletto  risale al secolo VIII . Alcuni frammenti e geometrie a nastro la fanno risalire a quel tempo.Navata unica, abside semicircolare era all’origine così molto probabilmente come erano probabili delle fondamenta su cui farla appoggiare. Alcuni mattoni ritrovati avevano il bollo romano. Pur non essendo collocata nelle allora vie di comunicazione principale, la sua posizione di osservazione dall’alto del colle non è passata inosservata agli antichi che l’hanno probabilmente usata a scopo militare avendo la possibilità di dominare dall’alto un vasto territorio .

Luogo di importante aggregazione per tutti gli abitanti

Il titolo di “Pieve” (ecclesia plebis) dimostra l’importanza che nell’antichità la chiesa aveva nel ruolo di coordinamento territoriale del Feletto. Unico Battistero (ecclesia baptismalis) nella zona collinare , quindi un punto di riferimento per ricevere i sacramenti e le celebrazioni liturgiche, oltre che all’istruzione al catechismo per tutta la zona collinare e agli inizi anche per Conegliano, fino a quando un ruolo importante verrà più avanti attribuito a S.Leonardo che avrà la sua pieve con l’arrivo dei Franchi.

La costruzione odierna ci riporta al 1124, anno in cui si ha il primo documento indiretto che parla della chiesa attraverso il nome del “Pievano”. La struttura è Romanica con l’impianto basilicale a tre navate con tre absidi, la più grande delle quali coincide con quella costruita in tempo Longobardo. L’orientamento Est-Ovest che forse, derivando dalla concezione dell’Alfa e dell’Omega (inizio e fine) concepiva l’Est come il luogo dell’inizio (e qui, all’interno ad est, si trova collocato il Cristo Pantocrator) e dell’illuminazione (comune anche ad altre religioni) e l’Ovest come il tramonto, la fine, il completamento della vita. Infatti Gesù aveva come simbolo il Sole (Sol justitiae, Sol invictus, Sol salutis) e la direzione est era simbolizzata dalla croce, simbolo della vittoria.Nel Medioevo le chiese erano generalmente progettate a forma di croce, generalmente latina, con l’abside orientato ad est. L’ingresso principale era quindi posizionato sul lato occidentale, in corrispondenza dei piedi della croce in modo che i fedeli entrati nell’edificio camminassero verso oriente simboleggiando l’ascesa di Cristo.

L’ampio porticato nella facciata ovest da dove si entra dalla porta principale, è uno degli elementi che caratterizzano dal punto di vista architettonico la chiesa. Nelle immediate vicinanze si trovavano allora i cimiteri, fatti spostare da un decreto napoleonico che li considerava non consoni alla salute.

Sulla costruzione del portico esistono dei dubbi che lo collocherebbero ad una età sucessiva a quelli di S.Michele di Feletto e di S. Leonardo a Conegliano. Si pensa che una struttura più piccola esistesse già tra il XII e il XIII secolo. Gli affreschi che si trovano sulla facciata risultano in qualche modo disturbati dalle travature presenti oggi e sembra impossibile che gli artisti che li hanno realizzati si siano improvvisati contorsionisti e abbiano scelto di inserire le loro opere (come palese nel Cristo della Domenica) tra le travature che tagliano in due la figura stessa. Chiunque abbia a che fare con le arti visive, allora come oggi non avrebbe mai accettato un compromesso del genere che disturba molto la visione totale del rettangolo entro il quale è rappresentata la più singolare figura del Cristo di tutto il Veneto. (FINE DELLA PRIMA PUNTATA)

La “Signora dei Bachi da seta” 94 anni.


La vulcanica Maria Pia Premuda Marson: 94 anni, due lauree e un libro sul baco da seta: “Ho capito l’uomo studiando il baco”

Nel cercare storie di persone nei nostri paesi della Sinistra Piave non è difficile imbattersi in donne e uomini che hanno avuto un percorso difficile. La cosa che accomuna di più questi personaggi che diventano delle vere e proprie “icone viventi” con il passare degli anni. Un caso su tutti, Maria Pia Premuda Marson: 94 anni, due lauree, una in farmacia e una in lettere.

La vulcanica signora è originaria di Codognè, figlia di Nicolò Premuda, uno degli storici sindaci del paese, che con la sua visione carismatica trasformò il paese in un centro vivacizzato dalla presenza della Caserma Maset, dove migliaia di soldati da tutta Italia vennero a trascorrere la “naja” iniettando nella tranquilla economia del paese forze e risorse nuove.

La signora Maria Pia ha una tenacia e una lucidità che stupiscono, come stupiscono le quasi mille pagine del suo compendio sul baco da seta scritto all’età di 86 anni, “Bombyx Mori”.

Mi creda, ho imparato di più sulla vita dell’uomo scrivendo e studiando questo favoloso insetto che studiando per ottenere le mie due lauree” afferma sicura la dottoressa Maria Pia Premuda Marson, che ha scritto un compendio su “L’ importanza di un insetto nella vita dell’uomo”: nelle 645 pagine racconta tutto, dalle origini fornendo documentazioni inedite e riferimenti ben precisi. “Un’enciclopedia del Baco” si potrebbe definire.

Mia madre con la sua tenacia ha salvato da sicura distruzione tutto l’enorme patrimonio storico contenuto nell’Istituto ed è grazie a lei se oggi possiamo fare questo viaggio nel tempo raccontando ai visitatori la storia di questo insetto meraviglioso ma forse ancora, nonostante tutto poco conosciuto”.

In pieno centro a Vittorio Veneto, esiste da tempo il “Museo del Baco”: si tratta di uno spazio ricavato all’interno dell’Istituto Bacologico Marson, fondato da Domenico Marson, cittadino vittoriese nel 1882.

La seta era di un’importanza economica immensa, tanto da essere trattata fino ai XIX secolo alla stregua stessa dell’oro e chi avesse portato il segreto della lavorazione di questo pregiato tessuto fuori dai confini della Cina era condannato alla pena capitale.

Alcuni ci provarono. Ci riuscirono nel 553 dopo Cristo due monaci. L’imperatore Giustiniano, come altri prima di lui, aveva sentito parlare di come veniva prodotto questo prezioso “filugello” che erroneamente si pensava fosse di origine vegetale e quando i due monaci di ritorno da un viaggio gli riferirono la verità e gli portarono le prove, sotto forma di uova di bachi da seta, l’imperatore diede il via ad un’intensa campagna di diffusione di questa cultura. Ecco quindi che, cavalcando attraverso i secoli, il baco arriva fino ai nostri giorni.

La bachicoltura a Vittorio Veneto, ebbe inizio grazie all’intuito e all’acume del dott. Domenico Marson (1854-1930) laureato in Chimica Farmaceutica.

Ottenuto il diploma di bacologo presso la regia stazione sperimentale di Padova, nel 1882 inizia il lavoro di produzione di seme bachi e il suo stabilimento a Vittorio Veneto ottiene una rinomanza per i suoi studi e le sue felici esperienze.

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Tutte le strumentazioni dell’epoca sono perfettamente conservate nel museo vittoriese come i vecchi attrezzi per dividere i maschi dalle femmine durante lo “sfarfallio” il momento in cui le farfalle lasciano i bozzoli per accoppiarsi e deporre le uova, i microscopi e le attrezzature.

Una ricchezza di oggetti che se non fosse stato per la tenacia e la determinazione dell’anziana madre sarebbero andati probabilmente distrutti, portandosi via un pezzo importante della nostra cultura e della nostra storia.

Al termine della visita si ha l’impressione di essere usciti da una fiaba, da una nuvola che profuma di dell’Ottocento e che è un piacere ritrovare qui oggi perfettamente in ordine, immobile, come se il tempo complice si fosse fermato in un fotogramma in bianco e nero.

Una Perla nella campagna Veneta


L’oratorio di San Biagio a Baver: una perla di storia custodita a Pianzano di Godega, tappa degli itinerari pellegrini

L’Oratorio di San Biagio a Baver, in località Pianzano nel Comune di Godega S.Urbano, era in origine proprietà del Patriarcato di Aquileia, poi alla chiesa di Grado, e al Patriarcato di Venezia. Oggi è nelle mani della famiglia Dal Cin che abita a pochi passi e ne custodisce con cura gelosamente l’accesso.

L’Oratorio era inserito in quegli itinerari antichi religiosi che vedevano passare i viandanti e i pellegrini in luoghi di culto importanti. L’edificio è piccolo e consta di una sola stanza che ospita dei semplici banchi di legno disposti su due file laterali, che aprono il passaggio verso l’altare.

Ricchissime le decorazioni: gli affreschi sono in buono stato di conservazione, a parte qualche tratto che ha subito il giogo del tempo ma che nel complesso ritornano all’osservatore una quantità di dettagli che lasciano a bocca aperta.

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L’autore è sicuramente stato di influenza Gotica e d’oltralpe, lo si evince dalla forza espressiva dell’insieme e anche dei particolari. Gli spicchi della volta a crociera ci mostrano i quattro Dottori della Chiesa, seduti su poltroncine di legno: San Agostino, San Gerolamo, Sant’Amobrogio e San Gregorio Magno, hanno vicini i quattro evangelisti.

Molto concitata e “rumorosa” visualmente la Crocifissione: il racconto è drammatico, la rappresentazione quasi teatrale, coinvolge lo spettatore con figure di gente in gran movimento.

Il paesaggio lascia ituire l’ambientazione a Gerusalemme e un colle alberato richiama l’oratorio di Baver. Sulla parete, sotto la Crocifissione, Cristo Benedicente al centro guarda l’osservatore con un’espressione di Pace e di grande serenità.

Alla sua destra S. Giovanni, S. Andrea,a sinistra S.Giacomo minore, S. Pietro e S. Matteo. Nella parete a sinistra S. Bartolomeo, S. Giacomo maggiore,S. Tommaso, S. Simone caratterizzato dalla barba bianca.

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La parete di destra ci mostre S.Mattia, S. Giuda Taddeo, e S. Filippo. Anche le figure degli Apostoli sono fortemente marcate. S.Pietro in un’inedita posa con lo sguardo verso il cielo, San Biagio, che da il suo nome all’Oratorio è rappresentato in una delle lunette laterali al quale viene attribuito il potere di sanare i mali della gola. A destra gli episodi del suo martirio avvenuto mediante scorticazione e sucessivo taglio della testa.

Non si riesce comunque a risalire al committente di questa opera che nel suo insieme doveva apparire molto ricca e carica di colore. I materiali usati ne rivelano l’importanza, per ragioni a noi sconosciute, come sconosciuto rimane putroppo l’autore che è comunque datato a fine Quattrocento.

Nelle restanti raffigurazione si vede l’opera di una o più mani diverse: potrebbe trattarsi di un pittore del Nord o con radici in quelle zone e lo si evince dalle espressioni truci e drammatiche che troviamo specialmente nella Crocifissione.

Una chiesetta che sicuramente vale una visita per assaporare i colori e una rappresentazione piacevolissima che regalerà al visitatore un ricordo sereno e rilassante.

(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).

Il fratello di Padre Cosma (95 anni) racconta chi era il Primo Martire della Diocesi.


Codognè, “Così era mio fratello, il Beato Cosma Spessotto”: il racconto e i ricordi del 95enne Pietro



Era a Roverbasso, la frazione del Comune di Codognè che il Beato Cosma Spessotto trascorreva alcuni mesi ogni volta che tornava dalla missione in Salvador, dove il 14 giugno 1980 ha trovato la morte per mano di due sicari armati di mitra che lo hanno freddato davanti all’altare dove stava per celebrare la Messa.

Le sue ultime parole “Perdono, perdono” la dicono lunga su chi fosse il frate francescano che fin da piccolo voleva andare in missione. Il fratello Pietro, di 95 anni, ricorda i momenti spensierati passati assieme al fratello che aveva due anni più di lui: “Lo seguivo dappertutto, lui era speciale, un tipo che amava scherzare, forte e determinato ma con una dolcezza disarmante“.

“Aveva sempre una buona parola per tutti – continua Pietro -. Ho pianto quando ho saputo che era stato proclamato beato ma felice che il suo martirio sia stato riconosciuto. Lui voleva bene ai suoi ragazzi e alle famiglie che seguiva con tanto amore laggiù in Salvador. Sapeva di correre dei pericoli ma non aveva paura di niente”.

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“Fu ordinato sacerdote nel 1948 e destinato alla parrocchia di San Francesco a Vittorio Veneto .- prosegue -. Da quando nel 1950 partì in nave da Genova per El Salvador, passarono otto anni prima che lo rivedessimo. Abitavamo in via Ariosto, a Roverbasso e lui si fermo per sei mesi, così come nel 1973 e nel 1978”.

Fu quella l’ultima volta che lo videro vivo e singolare il modo in cui vennero a sapere della sua tragica fine: “Eravamo in chiesa quella domenica. Il parroco, don Paolo interruppe la celebrazione per dare pubblicamente la notizia. Mio fratello Giuseppe si alzò e usci di chiesa piangendo. Mia figlia ed io restammo fino alla fine della Messa con il cuore infranto dal dolore“.

Un dolore che si è trasformato in una gioia immensa all’annuncio della beatificazione, arrivato per mezzo di don Lucio Marian, il parroco di Codognè.

Domenica 14 giugno, nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa, a Mansuè i familiari e le comunità di Basalghelle Mansuè, assieme ai frati francescani minori della basilica di Motta di Livenza, si sono stretti attorno al vescovo di Vittorio Veneto, Corrado Pizziolo, per una celebrazione solenne.

(Fonte: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
(Foto e Video: Pio Dal Cin).
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Un’arte che scompare. Un vero artista dei motori : Gaetano Rossi. L'”Highlander dei meccanici”.


Codognè, la storia del meccanico Gaetano Rossi: da 50 anni il mago dei motori e carrozzerie d’epoca

Gaetano Rossi è sicuramente uno degli ultimi meccanici di un’epoca che fu. La sua conoscenza di motori e carrozzerie arriva da molto lontano e l’arte gli è stata trasmessa da papà Giovanni, classe 1914.

In bicicletta ogni giorno da Codognè a Oderzo per raggiungere in qualsiasi stagione, con qualsiasi tempo, l’officina che si trovava dietro alla stazione delle corriere, suo padre anno dopo anno ha immagazzinato conoscenze preziose fino a imparare tutti i segreti di un’arte diventata la sua vera passione che ha poi trasmesso a Gaetano, il quale l’ha portata avanti per cinquant’anni, riparando e aggiustando motori, ricostruendo e inventandosi pezzi che non riusciva a trovare sul mercato da solo.

Un mago del motore e della carrozzeria. Gaetano ha deposto chiavi inglesi e cacciaviti nel 2014. “Cinquant’anni di attività mi sembravano abbastanza” afferma il “mago delle auto antiche”, classe 1949.

“Subito dopo la sesta elementare ho deciso di seguire le orme di mio padre e di imparare quel mestiere che mi appassionava così da diventare una parte importante della mia vita” racconta.

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Tra le auto rimesse a nuovo Gaetano può andar fiero della 1100 nera che appartenne all’allora vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani che tutt’ora si trova in paese e fila liscia come l’olio per le strade di tutta Italia.

Lo stesso vale per la Balilla di Berto Busiol, anno 1934 rimessa in sesto sia nel motore che nella carrozzeria, tre marce, mille di cilindrata e 24 cavalli. “Con la Balilla ho scollinato lungo tutti i passi dolomitici senza problemi.

Basta andare piano e affrontare la salita con calma”.  Altri due “pezzi” importanti che Gaetano usa saltuariamente in occasione di cerimonie matrimoniali sono la Rolls Royce (recuperata a Londra con una spesa doganale di 6 milioni di lire) e una Bentley acquistata in una concessionaria e rimessa a nuovo. Un vero artista che ha raccolto il testimone del padre che aprì l’’officina in via Roma a Codognè nel lontano 1958.

Difficile sostituirlo e difficile accettare che una così preziosa conoscenza non venga raccolta e perpetuata nel tempo da qualcuno che con la stessa passione di questi due maghi del motore che hanno regalato a centinaia di appassionati la gioia di rivedere le loro auto ritornare allo splendore di un tempo.

(Fonte: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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Fare della propria passione il proprio lavoro diventa un piacere, anche a 91 anni.


Codognè, Luigi “Gigetto” Dall’Ava calzolaio a 91 anni e non ha intenzione di smettere. Il segreto? Calma e passione

Luigi Dall’Ava svolge ogni giorno, da ormai una vita, l’attività di calzolaio a Roverbasso, frazione di Codognè, poco prima del ponte che sovrasta la Resteggia.

La passione per questo antico lavoro artigianale gli è stata trasmessa da Antonio Padovan. Tony era il calzolaio della borgata e Luigi, “Gigetto” per tutti, era affascinato dal ticchettio che proveniva dall’atelier di Tony. Quando rientrava da scuola, finiti i compiti, non vedeva l’ora di infilarsi nella sua bottega, cercando di capire e carpire i segreti di un’attività che lo avrebbe accompagnato per il resto della sua vita.

Niente di straordinario se non per il fatto che oggi, nel 2020, alla veneranda età di 91 anni il calzolaio di Roverbasso non ha ancora smesso di esercitare la sua professione.

“Vengono tutti i miei vecchi clienti, da tanti paesi, vicini e lontani – racconta l’arzillo Gigetto mentre ripara una scarpa seduto sull’inconfondibile sgabello del mestiere, di fronte al quale un piccolo tavolino è pieno di chiodi e chiodini di tutte le misure pronti ad essere utilizzati dalle sue mani callose ed esperte -, me la prendo con calma, faccio quello che posso, per passione, come sempre“.

“I miei mi avevano indirizzato ad un negozio artigianale di sartoria della zona ma, sinceramente, non mi sentivo attratto da quel tipo di lavoro – prosegue con un sorriso il signor Dall’Ava -. Ero invece affascinato dall’abilità e dall’armeggiare con le scarpe e con gli attrezzi del mestiere di Tony e allora gli chiesi se potevo imparare quel bellissimo mestiere. Lui mi disse subito di sì e fu così che per tre anni mi dedicai anima e corpo ad imparare quello che sarebbe stato il mio lavoro per il resto della mia vita“.

“Ricordo che iniziavo alle 8 del mattino e finivo alle 10 della sera, con la pausa per il pranzo ovviamente – continua Gigetto -, ma quel lavoro non mi stancava e Antonio era molto d’aiuto ad insegnarmi i trucchi del mestiere”.

Finiti i tre anni di apprendistato, Gigetto si trasferisce a lavorare a Cimavilla, dove rimane fino alla chiamata al servizio militare, prima a Modena per il CAR (Centro Addestramento Reclute) e poi a Roma come carrista, per poi essere trasferito ad Aviano. Terminata la naja, Dall’Ava ritorna a Roverbasso, dove apre il suo negozio di calzolaio.

Creavo le scarpe e le vendevo nel mio piccolo negozio in centro – racconta felice Luigi -. Da allora non ho mai smesso e continuerò fino a che le forze me lo permetteranno“.

All’età di trent’anni Gigetto si sposa e dal matrimonio nasceranno due figli, un maschio e una femmina, che oggi gestiscono il negozio di calzature all’interno del quale si è ritagliato lo spazio per continuare a lavorare.

Una grinta e una determinazione veramente uniche quelle che trasmette questo arzillo signore, che per la sua estrema lucidità non dimostra assolutamente le novantuno primavere appena compiute.

“Il lavoro che faccio mi affascina ancora, come sempre, ma tante cose sono cambiate: ci sono molte persone che portano le scarpe ad aggiustare e poi si dimenticano di venire a ritirarle – afferma Gigetto -. Questo non succedeva una volta. Oggi mi trovo costretto a chiedere un numero di telefono, così se si scordano di avermi portato le scarpe da aggiustare faccio un colpo di telefono”.

Il suo laboratorio ha ancora quell’aspetto antico che era tipico e frequente in tempi lontani, quando i calzolai erano ovunque, le scarpe venivano create da loro e, se dopo qualche anno avevano bisogno di un ritocco, venivano rimesse a nuovo dalle sapienti mani di questi artigiani. Nell’atelier del signor Dall’Ava ci sono ancora le forme di legno sulle quali modellare le scarpe.

Vuol sapere un segreto? Quando mi chiedevano di creare un paio di scarpe nuove sapevo per esperienza che, se le avessi fatte strettamente su misura, sarebbero tornati per dirmi che erano troppo strette – conclude Gigetto -. Con l’esperienza ho capito che dovevo farle leggermente più grandi, non troppo, ma giusto quel poco da permettere al piede di stare bello comodo“.


(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
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San Polo. La chiesetta di S.Giorgio. Un’ultima cena che vi farà fare una domanda? Giotto? Da non perdere.


Un gioiellino nascosto ma facilmente raggiungibile dal centro di Ormelle. La chiesetta di S.Giorgio val bene una visita. Un’ultima cena che vi farà chiedere se siete davanti a un dipinto di Giotto tanto è bella. Gesu’ e gli apostoli mangiano gamberi e bevono vino rosso, due prodotti del territorio. Da non perdere .Nel silenzio della campagna tra Ormelle e San Polo di Piave, in località San Giorgio, si erge l’omonima chiesetta. La porta è aperta. Entrando in silenzio lo sguardo è subito catturato dall’ “Ultima Cena” dipinto con maestria da Giovanni di Francia nel 1466.

Prima di descrivere quest’opera che per la simbologia e la tecnica pittorica può sicuramente essere annoverata tra le migliori dedicate a questo tema, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Dall’iscrizione in latino, sotto l'”Ultima Cena” si evince che gli affreschi furono commissionati all’artista con chiara volontà degli abitanti di allora (HOC OPUS). La stessa volontà è ritornata a vivere quando nel 1974, gli abitanti della frazione di S. Giorgio espressero la ferma volontà di restaurare questa straordinaria opera, assieme ovviamente alle altre presenti nella Pieve. Emblematico il discorso che fece uno dei promotori di questo restauro, il maestro Ircano Zanet, il quale, durante una pubblica manifestazione, culminata con un concerto, tenutasi il 9 novembre del 1973, sollecitò l’intervento dello Stato, ma non solo, allargandolo a tutti e motivandolo con parole che fanno riflettere “

E’ il caso quindi di domandarci se in una saggiamente ordinata gerarchia di valori non trovi posto(e magari anche un piccolo palco d’onore) la conservazione e quindi il restauro di questa chiesetta di S. Giorgio, che, in armonia di linee e con il linguaggio del colore, ci avvicina e ci rende partecipi alla vita degli antichi padri, che in questa terra operarono in fede e civiltà…[….] I nostri antenati quindi attraverso la realizzazione di questi affreschi nella loro chiesetta dimostrano quella sensibilità all’arte, coniugata alla fede, che in molti non si sarebbero aspettati. I veneti, dipinti troppo spesso come rozzi lavoratori e negli stereotipi , più portati ad alzare una vanga o un bicchiere di vino, dimostrano al contrario una sensibilità verso l’arte che li nobilita e ci rende fieri di appartenere a questo grande popolo.L’opera è di una semplicità veramente disarmante.. I dodici apostoli sembrano chiacchierare tra di loro con la cordialità che è solita di amici seduti alla stessa tavola. Diversamente da altre opere più famose i commensali sono in piedi. L’unico seduto, e volutamente imbruttito è Giuda che appare più piccolo degli altri. I particolari sul tavolo arricchiscono l’opera d’arte con la oggetti e cibo di comuni, che ci avvicinano ancora di più a una figura del Cristo famigliare, consueta, vicina al quotidiano. Gli altri tre riquadri devozionali presenti nelle pareti della chiesa ritraggono “La Madonna con bambino in trono e San Francesco d’Assisi” “San Sebastiano e San Bernardino da Siena” “San Giacomo Maggiore e SAnt’Antonio Abbate” ad opera dello stesso autore e datati nello stesso anno il 1466.Una chiesetta che vale sicuramente la pena visitare e che pur essendo geograficamente collocata nel comune di S.Polo di Piace, si raggiunge in un paio di minuti dal centro di Ormelle.

Un Gioiello tra le Colline. Nascosto e aperto un solo giorno all’anno.


I segreti e le leggende della chiesetta di San Michele a Miane, che apre in segreto una volta all’anno

La chiesetta di San Michele Arcangelo è ben nascosta tra i vitigni delle Colline Patrimonio dell’Unesco: un luogo ameno, tra le colline di Serre, a Miane, che ispira pace e meditazione costruito circa nel 1340 dai monaci benedettini della vicina Abbazia di Follina.

Il luogo è tranquillo e isolato, probabilmente scelto allora dai frati per poter ritirarsi in meditazione e preghiera, lontani dai rumori e dal trambusto quotidiano. Il moto “Ora et Labora” (prega e lavora) si addice benissimo a questo solitario borghetto composto da tre edifici separati ma vicini tra loro. Al centro la piccola chiesetta che dall’esterno non presenta caratteristiche tipiche del secolo in cui è stata edificata.

A sinistra, volgendo le spalle alla piccola porta d’entrata si trova il vecchio rudere, che fungeva da refettorio, dove i frati si riunivano per i frugali pasti che dividevano con i bisognosi che salivano fin quassù, sicuri di trovare ospitalità.

A destra la vecchia stalla dove i benedettini alloggiavano il bestiame che avrebbe fornito latte per i formaggi e carne per il loro sostentamento. Le viti circondano i tre edifici e sicuramente anche allora il vino era di buona qualità.

Lo sguardo del visitatore si perde, spaziando a 360 gradi tra le Colline, regalando una vista unica, che coniuga la vera essenza di questi luoghi con la sua storia più antica.

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Si può solo immaginare come potrebbe essere d’inverno, con la neve: un vero e proprio Presepe oppure tornare indietro nel tempo e immaginare i frati Benedettini che lavorano i vigneti, accudiscono il bestiame nella vicina stalla, per poi pranzare assieme nel piccolo refettorio, con i loro prodotti, come olio, vino, formaggio,e pane sicuramente fatto in un vecchio forno.

Questa è la chiesetta di “San Micel” che viene aperta al pubblico una sola volta all’anno, in una data che non verrà svelata per tutelarne la pace e la tranquillità.

L’interno si sviluppa in uno spazio lungo e ristretto, adatto per poche decine di fedeli. Anche qui mancano i riferimenti all’epoca di costruzione ma l’occhio è attratto quasi subito dall’originale altare ligneo sul quale troneggia una pala centrale che raffigura una Madonna con Bambino ai piedi dei quali sulla destra S. Antonio con il giglio che lo contraddistingue in mano rivolge lo sguardo alla Vergine, e sulla sinistra San Michele che tiene in mano una bilancia a significare la Giustizia. Ai suoi piedi raggomitolato e sconfitto il demonio. Ai lati della pala due figure femminili.

L’occhio del visitatore è subito attratto dall’altare ligneo originale e dalla “pala” che è posta sopra di esso, rappresentante la figura della Vergine con il Bambino alla destra della quale la figura familiare di Sant’Antonio da Padova con in mano un bel giglio bianco. A sinistra, la figura di S. Michele Arcangelo con la spada mentre controlla Lucifero, ormai sconfitto e inerme ai suoi piedi.

Si racconta, inoltre, che un’acqua sgorgante a valle, una volta benedetta in questo luogo sacro, divenisse miracolosa, tanto da scacciare i demoni e guarire le streghe. La dedicazione a San Michele, vincitore su Lucifero, testimonia questa peculiarità.

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La chiesetta cominciò a diventare punto di raccolta di olio, vino, uva, sorgo, frumentone per le parrocchie della Pieve di Miane; la tradizione di consegnare il quartese, cioè la quarantesima parte del raccolto presso San Micèl, si protrasse fino ai primi anni settanta.

L’edificio è stato ristrutturato più volte nel corso dei secoli e gli affreschi originali sono stati, purtroppo, ricoperti. il triangolo sopra la pala: rappresentante il Creatore circondato da cherubini che, indicandoci la colomba dello Spirito Santo, sembra aprirsi in un amorevole abbraccio verso l’intera umanità; le due tele ai lati dell’altare, a sinistra per chi guarda: dedicazione a Sant’Agata con martirio tramite asportazione di entrambi i seni; a destra: dedicazione a S. Eulalia con martirio tramite asportazione di entrambe le mani.

Cesare De Stefani, dell’Osteria Senz’Oste, è da sempre un assiduo frequentatore di questo luogo ameno: “Vengo qui da tanti anni ormai – dichiara l’Oste più famoso d’Italia – È un posto dove vengo a riposare la mente e lo spirito, a meditare. Mi siedo da solo guardando le Colline, mi sembra di respirarne la Storia. È un luogo speciale dove rimanere in silenzio e ascoltarsi, staccare la spina, isolarsi anche se solo per un’ora dal trambusto quotidiano”.

(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
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