Quello che si può imparare dai toscani


tratto dal libro “L’idioma Gentile di EDMONDO DE AMICIS- FTE- Fratelli Treves Editore- Milano edizione 1906

Se t’accadra, fin che sei giovane di fare un soggiorno breve o lungo in Toscana, per te una buona fortuna,perché, volendo, imparerai la’ in un mese dalla voce della gente più che in un anno altrove dallo studio dei libri. Se questa fortuna non avrai, t’occorrerà senza dubbio , nella tua o in altre città d’Italia, di conoscere e frequentare toscani. Ebbene ti raccomando fin d’ora di ascoltarli sempre con gli orecchi bene aperti, e di studiare attentamente il loro linguaggio, e specialmente se saranno fiorentini. Non soltanto molto materiale di lingua potrai imparare da loro, essendo gran parte dell’uso fiorentino presente,come tutti sanno,l’uso fiorentino antico, che diventò lingua letteraria comune a tutta Italia; ma quello che più importa, la proprietà, la spontaneità, la prontezza dell’espressione, che principalmente mancano a noi nel parlare. Perché corre fra noi e loro questa gran differenza, come osservò giustamente un linguista illustre: che a noi parlando, per dire una data cosa, vengono quasi sempre sulla bocca due modi: il dialettale e uno o più modi italiani, fra i quali dobbiamo scegliere; a loro viene un modo solo, quello che dice per l’appunto quella data cosa, quello che è il più proprio, e che tutti i loro concittadini usano in quello stesso caso; donde la facilità, la sicurezza, la precisione del loro parlare, dove il nostro è quasi sempre opera di stento e d’artifizio. Possono qualche volta anche i toscani stentare e riuscire artifiziosi, quando hanno da esprimere un pensiero nuovo o insolito o complesso, perchè in tal caso cercano essi pure , se non la parola, la frase. e il modo di collegare le frasi; ma nel dire le infinite cose comuni, che sono argomento quotidiano di discorso; tutti sono sempre pronti,spontanei e semplici; non tentennano perché non hanno dubbi; non sbagliano perché non possono sbagliare. Fa bene attenzione. Vedrai quanti modi agili hanno d’esprimere pensieri che noi esprimiamo di solito in forma ricercata e pesante;in quanti casi fanno un salto con la frase dove noi facciamo più passi; in quant’altri scansano con una mossa snella e garbata l’intoppo che noi urtiamo, o arrivano con la parola un tratto di là del punto dove noi crediamo che la sua potenza si arresti. E anche nel parlare di quelli che non hanno cultura nessuna, osserverai certi modi di legare proposizioni, certe forme armoniche di sintassi, certe abbreviature di frase efficacissime, che negli scrittori ti parrebbero effetti d’arte meditati, e sono pregi naturali del loro linguaggio.E sentirai da loro a ogni tratto una parola inaspettata, che è come un tocco di pennello dato all’idea, che tu non sapresti dare con altra parola; espressioni ingegnose, graziose e comiche, eleganze e arguzie felici, che non sono proprie di chi parla, ma di tutta la sua gente, e tanto più efficaci per questo, che gli vengono come da se, e l’una incalza l’altra, e nessuna ti fa pensare che saebbe più calzante un’altra al pensiero.E bada bene a loro anche quando parli tu, ed essi ti ascoltano; uno schiarimento che ti chiederanno, un’ombra leggera di stupore o di dubbio, che passerà sul loro viso, o un sorriso leggerissimo, o una ripetizione emendata, che faranno quasi senza volerlo, dell’espressione di un tuo pensiero, ti avvertiranno che ti è sfuggita una parola impropria, e perciò non chiara, invece della propria, un’impressione letteraria in luogo della famigliare, una frase affettata in cambio di quella semplice, che essi avrebbero usata in quel caso. Che sono i pochi idiotismi che ai toscani si rinfacciano per rincalzar la stramba affermazione che essi parlino un dialetto come gli altri, di fronte alla ricchezza, alla finezza, alla grazia, alla mirabile armonia pittrice del loro linguaggio? E che stupido orgoglio è quello che non vuol riconoscere in loro una superiorità, della quale ci avvantaggiamo tutti, poiché tutti attingiamo alla loro lingua, ed è la sola in cui la lingua si parla da tutti? Ma tu non sarai di questi certamente.Se andrai in Toscana, tu ti immergerai, nuoterai con piacere infinito in quell’onda di lingua viva e pura, alla cui armonia ti parrà che suoni assieme quella che spira nelle linee dei monumenti di arte meravigliosi, che ti sorgeranno intorno; e ti parranno dolci anche quegli idiotismi di pronuncia, che prima deridevi, quando penserai che suonarono pure sulle labbra di scrittori e di artisti immortali che il mondo venera; e con l’amore della lingua e con l’ammirazione dell’arte nascerà nel tuo cuore un sentimento di gratitudine affettuosa e profonda per quel popolo, primo custode del tesoro della nostra parola, dotato di ogni facoltà più gentile e del più squisito senso della bellezza; di quel popolo al quale dobbiamo tanta parte della nostra gloria, che, a immaginarlo assente dalla storia italiana, non ci appare più l’immagine della patria che con la corona smezzata sulla fronte

(tratto dal libro “L’idioma Gentile di EDMONDO DE AMICIS- FTE- Fratelli Treves Editore- Milano edizione 1906

Un appuntamento da non perdere. Codognè ospita Beba Restelli..


Beba Restelli con Roberta Isola

Prima mostra a Codognè del progetto “E se diventi farfalla” Un progetto selezionato da “Con i bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. L’inaugurazione stasera in Biblioteca a Codognè con la straordinaria BEBA RESTELLI, allieva e collaboratrice di BRUNO MUNARI

 Allieva diretta e poi collaboratrice di Bruno Munari, è educatrice e formatrice sul Metodo Bruno Munari(r). Nata a Vienna, vive e lavora a Milano, dove nel 1980 ha fondato il primo Laboratorio privato. Da allora si occupa di progetti educativi nelle scuole, nei musei e nelle biblioteche promuovendo la diffusione dei Laboratori, del Metodo e delle opere dell’artista. Socio fondatore dell’Associazione Bruno Munari, ha istituito e conduce con ABM il Master in Metodologia Bruno Munari(r). Ha pubblicato Giocare con tatto (FrancoAngeli, 2002), Il gioco di Alfa e Beta (FrancoAngeli, 2008) e, con Silvana Sperati, A che gioco giochiamo (Corraini Edizioni, 2008).