I FunkasinStreet Band alla festa della Mela Cotogna- Ma chi sono?…


Quanta energia positiva, assieme a tanta buona musica Jazz & Funky sanno esprimere i Funkasin. Sono loro che hanno veramente magnetizzato l’attenzione del pubblico oggi, 13 ottobre a Codognè in occasione della festa della Mela Cotogna numero 19, Muovendosi fisicamente tra il pubblico,la strada e la piazza diventano il loro stage e la loro “palestra naturale. Dai bambini ai vecchi erano tutti affascinati da questo travolgente e inedito ritmo mai sentito prima d’ora ma che sicuramente inaugura una nuova stagione per le bande popolari e diventandole l’espressione più viva e fresca manda in “pensione” il concetto dello “zumpapapa’” al quale eravamo finora abituati. Veramente coinvolgenti e straordinari, piacevolissimi da ascoltare con il loro frenetico ritmo che arriva diretto allo stomaco e si trasmette immediatamente alle gambe e ai piedi che non riescono a stare fermi. La banda 4.0 è questa, ma non solo ascoltarli mette allegria, anche vederli muovere suscita ilarità e gioia. Un doppio spettacolo destinato a diventare grande, come meritano, e come merita l’idea di chi li ha messi assieme regalando al pubblico presente alla festa della Mela Cotogna due ore di uno spettacolo inedito e coinvolgente che lascia a chi lo ha visto il solo desiderio di poterli rivedere e riascoltare quanto prima un’altra volta.(pio dal cin-riproduzione del testo riservata)

MA CHI SONO QUESTI GIOVANI MUSICISTI?

Funkasin Street Band è la prima realtà del genere in Veneto nata per portare nuova musica tra le strade e una super carica di energia tra la gente.
L’idea nasce nella primavera 2012 a San Donà di Piave (VE) e fin da subito, vista la novità nella zona del Veneto Orientale, il gruppo inizia un’intensa attività effettuando numerosi concerti; all’attivo si possono contare oltre 180 spettacoli in tutta la penisola ed oltre, partecipando ad importantissime rassegne musicali nazionali ed internazionali in luoghi di notevole interesse, solo alcuni sono: Czech Busker Festival di Ceske Budejovice (Rep. Ceca), Chapeau Rouge di Praga (Rep. Ceca), Carnevale di Venezia, rassegna musicale nella Garonna (Francia), Home Festival di Treviso, UBI Jazz, Manciano Street Music Festival, Kebanda Festival di Formia, Primiero Dolomiti Festival Brass, Golden Gala “P. Mennea” allo Stadio Olimpico di Roma, Friuli DOC di Udine, Piazza Duomo a Milano, e molto altre….
Dal 2014 i Funkasin seguono ogni anno la direzione artistica del “San Donà Street Music Festival”, primo festival delle street band presente nel nord Italia.
I Funkasin riescono a trasmettere al pubblico la propria carica grazie ad uno stile funk fuso con altri generi come il pop, la disco e il rock, il tutto completato da diverse coreografie pensate per coinvolgere la gente…di sicuro non riuscirete a rimanere fermi!
Non resta altro che venire ad ascoltarli e seguirli nei loro spettacoli itineranti e coreografici, FUNKY TIMES ARE COMING!!!

COME SI CHIAMANO I COMPONENTI DEL GRUPPO E DOVE CONTATTARLI

Membri del gruppoFabio Fazio: tromba
Matteo Iaffaldano: tromba
Riccardo Vidotto: tromba
Antonio Finocchiaro: tromba
Filippo Gazzola: tromba
Davide Bertacche: sax contralto
Flavio Guerra: sax contralto
Martino Barbon: sax tenore
Mauro Santobuono: sax tenore
Edoardo Conte: sax baritono
Tiziano Doretto: sax baritono
Federico Faoro: sousaphone
Raul Moretto: sousaphone
Michele Doimo: trombone
Martino Doretto: trombone
Luca Mazzarotto: trombone
Nadir Mazzarotto: percussioni
Fabrizio Piccin: percussioni
Giovanni Trentin: percussioni
Teo Sandrin: percussioni

Città di origineSan Donà di Piave

Contatti:
info@funkasin.it
Michele: 347 1391320
Federico: 393 7536035
Tiziano: 347 9803976

Don Battista Barbaresco l’ultimo saluto


“Una fede profonda e figliale, tutta la sua vita. a la sua serenità interiore. Quando si andava a trovare don Battista si ritornava sereni, come un figlio con il padre, come un fratello. Una straordinaria sensibilità verso gli ammalati. Distribuiva gioiosa fraternità. La comunità di BIbano deve sentirsi privilegiata di una figura paterna come lui. Cercava di trasmettere la felicità” Questi alcuni degli aggettivi usati dal vescovo di Vittorio Veneto mons.Corrado Pizzolo durante l’omelia, oggi all’ultimo saluto a don Battista Barbaresco

Vajont 1963- 2019. Oggi il tragico giorno


Oggi è l’anniversario di un giorno vergognoso per l’Essere Umano. Quello che successe quella tragica notte non fu causato da “eventi straordinari” ma da ordinaria sete di danaro. La cupidigia trasformata in un’immensa Falce d’Acqua. Una Falce che in quattro minuti si è mietuta quasi 2000 vite. Moti erano bambini che avrebbero vissuto una vita felice tra quelle montagne dove erano nati, non sapendo che per un bieco interesse le loro vite valevano meno di quelle di un qualsiasi formicaio nel bosco. Ogni anno in questo giorno ripropongo il viaggio in bicicletta che feci nel 2013 in occasione del cinquantesimo anniversario. Da Codognè fin su alla diga, per meditare chilometro dopo chilometro sul peggior disastro causato dall’Uomo nella storia dell’Umanità. Un giorno in cui vale la pena meditare su quello che sono gli interessi spietati con la copertura dei politici corrotti. I veri “animali” nel senso spregiativo della parola, sappiamo sempre essere noi che ci facciamo chiamare “esseri umani”

Il 9 Ottobre 1963 una frana di 300 milioni di metri cubi collassa a valle in 40 secondi, il tempo di fare un caffe’ espresso, con una velocita’ di  65 km all’ora.

L’impatto muove una massa di 48 pmilioni di metri cubi d’acqua.Un onda di 80 metri investe le rive spazzando via case e vite.Un’enorme onda di 170 metri scavalca la diga e cancella in quattro minuti 1910 vite

Erto con alle spalle l’immensa frana precipitata nel bacino della diga del Vajont. Non fu una tragedia ma un assassinio


Dopo la frana non esiste piu’ controllodel livelli del lago. Tutta la popolazione viene evacuata.
La causa penale.Dopo 32 anni la sentenza definitiva obbliga l’ENEL a pagare danni per 19 miliardi.Il 3 gennaio 2000 il comune di Erto Casso accogli la proposta con l’offerta di 9.399.515 Euro a fronte dell’abbandono delle cause in corso.
I responsabili del disastro riceveranno pene minime e non sconteranno carcere.
Viviamo in un Bel Paese dove convivenze e sotterfugi sono all’ordine del giorno.
Nel 1963 morirono 1910 persone, quasi ottocento erano bambini sotto i quindici anni.
Oggi i suicidi per le difficoltà’ della crisi sono molti di più’ ma ormai non fanno più notizia. Il problema rimane, come cinquant’anni fa. Fanno i loro porci comodi e se la gente muore, beh, fa parte della statistica. Quando fate benzina, la prossima volta, ricordate che 6 centesimi sono di accise ( tassa) per il Vajont. Soldi che non vanno alle vittime del disastro ma ai nostri amati politici con pensioni da 90 mila euro.
La strada per Longarone ho deciso di percorrerla  in bicicletta; sessantasette chilometri, molti dei quali in salita. Sarebbe stato facile andarci in auto, poco meno di un’ora. 

In bici perché per me è stato una specie di viaggio a ritroso nel tempo, un “pellegrinaggio” durante il quale ho meditato su questa immane disastro “Il peggiore nella storia moderna causato dall’uomo” così recita il documento delle Nazioni Unite che ci mostra il bravissimo relatore durante la passeggiata informativa sopra la diga.

E’ impressionante vederla da sopra. Un gioiello dell’ingegneria Italiana, costruito si sa, nel posto sbagliato nella logica spietata e diabolica del guadagno a tutti i costi. Anche a costo di 1910 vite spezzate in un’ attimo in quella che fu una tragedia annunciata.

Avevo sette anni nel 1963. Pochi mesi prima del 9 ottobre ero passato con mio padre, mia madre e i miei fratelli sopra la diga, lungo la strada che porta attraverso il Passo di Sant’Osvaldo giù fino a Cimolais. Un mese di “colonia estiva” era quello che aspettava me mia sorella e mio fratello.

Ricordo il verde smeraldo del bacino dietro la diga, un’immagine che mi è rimasta impressa nonostante la mia giovane età. Era immenso il bacino, a perdita d’occhio si allungava come un mare artificiale.

Mio padre ricordo, chiese ad una signora che abitava proprio lassù vicinissima alla diga. “Come va signora?” E lei rispose in dialetto stretto: “Come volo che la vae sioret, qua prima o dopo vien zo tutt” ( Come vuole che vada, qui prima o poi viene giu’ tutto)

La gente del luogo sapeva, come è stato raccontato in maniera egregia da Renzo Martinelli nel Film Vajont

Sapevano tutto anche gli ingegneri della SADE. Tutti i rilievi fatti davano la stessa risposta. L’area geologicamente instabile non consentiva la costruzione della diga. Si andò avanti, e poi la scellerata scelta di alzare il livello dell’acqua per poter sfruttare al meglio la potenza della diga, l’altrettanto scellerata decisione di abbassare il livello di un metro al giorno, togliendo così l’acqua alla frana, che per assurdo la stava trattenendo. 

Una volta tolta l’acqua la montagna ha ceduto. Il fragore di una frana che fa veramente paura solo a vederla, anche dopo cinquant’anni, lunga due chilometri. Immagino il rumore, la disperazione di chi si è reso conto che non ci sarebbe stato il tempo per scappare. L’onda immensa che vista da Erto

Quattro minuti il tempo che l’acqua (5 milioni di metri cubi) ha impiegato a raggiungere il primo paesino, giù a valle, come ci spiega la nostra guida: ” Al posto del paese di Vajont, proprio sotto la diga, la dove adesso si vede il Piave, è rimasto un lago profondo sessanta metri”

Arrivarono diecimila uomini, tra Americani delle basi di Aviano e Vicenza e dell’esercito Italiano, con elicotteri per evacuare i paesi colpiti.Purtroppo non c’era da evacuare nessuno, erano tutti morti.
E’ impressionante ascoltare il racconto di Marco Paolini che come recita la nota a piè del video “ll monologo Vajont, un’orazione civile, è un’opera trasmessa in occasione del trentaquattresimo anniversario (ossia il 9 ottobre 1997) del disastro del Vajont in diretta su Rai 2.Il soggetto teatrale è la storia della Diga del Vajont e delle circostanze che hanno condotto al disastro, raccontate in circa due ore e mezza. La ricostruzione è il frutto di accurate ricerche e collazioni di documenti ufficiali e fa risalire l’origine dell’intricata vicenda alla fine del XIX secolo. Per l’occasione fu allestito un teatro proprio presso la Diga del Vajont, precisamente nel lato della diga riempito dalla frana e un tempo sede del bacino.
Paolini narra la vicenda che ha portato al disastro della diga con estrema fedeltà ai fatti e alle persone, inserendo di tanto in tanto aneddoti divertenti che alleggeriscono la drammaticità del racconto.”

rende con drammatica lucidità il senso di qualcosa che non doveva accadere ma è accaduto per un calcolo spietato.

La diga è la, con i milioni di metri cubi di frana descritta qui (in Inglese) che sembrano un’intera montagna

ed è giusto che la gente venga a vedere, a capire che cosa puo’ fare la scelleratezza di poche persone quando l’interesse supera il senso comune e la ragione
Ai quasi 800 bambini che sono morti quella sera sono stati tolti la vita, un futuro di giochi di studenti,  di carriera, avrebbero potuto essere dei padri e  delle madri, vivere la loro esistenza come tutti sperano di fare.
Tutto questo è stato negato da persone cattive che hanno ricevuto nei tre gradi di giudizio pene minime e mai scontate, perchè erano protetti dall’alto.
Ecco perchè ho voluto arrivare dalla diga in bicicletta. Ho voluto pensare a tutto questo, mordendo la salita lentamente, con la mia pedalata breve ma costante.
Ho pensato alle vittime,a quella notte terribile, e all’ingiustizia del giudizio umano di fronte ad una tragedia così immane che anche dopo cinquant’anni sembra così attuale e ci fa riflettere su tutte le ingiustizie che ogni giorno si consumano nel nostro Bel Paese, dove convivenze e amicizie troppo spesso riescono a scavalcare il buon senso, sempre e comunque a scapito del popolo Italiano, che si trova a subire delle decisioni prese dall’alto che molto spesso sono ingiuste, come gli sprechi di denaro pubblico,gli stipendi e le pensioni milionarie dei nostri politici.
Se passate vicino alla diga, fermatevi e fate la passeggiata ascoltando il racconto della guida; e’ un’esperienza indimenticabile.

E’ tornato alla casa del Padre Don Battista Barbaresco.Buon Pastore con il senso dell’umorismo. “Miracolo” del Beato Toniolo


LE ORIGINI, LA FAMIGLIA,I PRIMI ANNI

Nato a Codognè da Domenico di Pietro ed Elisa Corte di Luigi il 29 dicembre del 1932 . Don Battista viene battezzato il 6 gennaio . Entra in seminario nell’ottobre del 1945 a tredici anni non senza qualche difficoltà La prima è economica, in quanto mantenere agli studi un figlio con una famiglia che ne conta dodici non dev’essere stata una passeggiata per papà Domenico e Mamma Elisa.

Don Battista Barbaresco(prima fila a sinistra) con i suoi 12 fratelli

I due genitori, animati da una fede profonda, davanti alla vocazione del figlio non oppongono alcuna riserva, con la consapevolezza che, se il Buon Dio gli ha dato questa ispirazione, lo aiuterà a portare a compimento il suo percorso. Non sono solo le difficoltà economiche ad ostacolare don Battista, gli iscritti alla prima classe del Seminario erano già 54 e non si ritiene ammetterne altri. La famiglia Barbaresco abitava in zona Palù che era aggregata alla parrocchia di Roverbasso, dove era parroco Don Paolo Meneghello (parrocchia istituita nel 1943). Don Paolo aveva qualche difficoltà a presentare il ragazzo che di fatto non conosceva in quanto la famiglia Barbaresco continuava, come da sempre a frequentare la vecchia parrocchia di Codognè. Se queste due difficoltà non bastassero ( e questo dimostra che le vie del Signore sono veramente infinite) don Battista non riesce a superare l’esame di ammissione che gli viene chiesto di fare presso il Collegio Balbi Valier di Pieve di Soligo. Davanti a tanti ostacoli, al giovane Battista viene suggerito dalla madre di andare a pregare sulla tomba del venerabile Giuseppe Toniolo a Pieve. Lui ascolta le parole della mamma e lo fa, con grande devozione, prima di presentarsi al colloquio decisivo con il rettore del Seminario Vescovile di Vittorio Veneto, mons. Zoppas che gli dice“Per l’esame non superato chiudiamo un occhio,per il numero di alunni ne chiudiamo due, per la presentazione del parroco di Roverbasso, ti raccomando, quando tornerai a casa nel periodo di vacanza, di andare a Messa nella tua parrocchia”

GRAZIE AL BEATO TONIOLO

Don Battista è certo, e lo racconterà spesso ai conoscenti e agli amici che fu l’intervento del Beato Toniolo ad aprirgli le porte del Seminario, Oggi che è ritornato alla Casa del Padre, ripercorrendo la storia della sua vita non c’è ombra di dubbio. Inizia così il cammino del giovane Battista verso il sacerdozio, ma problemi sembrano non essere finiti. Finita la terza media, i fabbricieri della parrocchia di Roverbasso, constatando l’assenza del giovane dalle funzioni, si rifiutano di versare il contributo parrocchiale per il giovane seminarista e convincono il parroco a scrivere una lettera ai genitori per comunicare loro l’impossibilità di iscrivere il figlio alla classe successiva, senza fornire ulteriori spiegazioni. Su consiglio del parroco di Codognè, il giovane si presenta ugualmente in Seminario alla vigilia della ripresa delle lezioni. Il colloquio con il rettore ed il vice rettore permette di chiarire la situazione e così egli può iniziare il Ginnasio. Sono anni in cui Battista si fa voler bene da tutti, compagni di classe e insegnanti,per il suo buonumore ed il suo spiccato senso dell’umorismo che lo accompagneranno per tutta la vita come uno dei suoi tratti caratteristici più importanti, assieme all’umiltà e alla bontà d’animo che tutti coloro che lo hanno conosciuto gli hanno reputato.

LA MALATTIA

Nel 1953, anno in cui vengono ripristinati gli antichi confini della parrocchia di Codognè, il chierico Battista si ammala ma non si riesce a diagnosticare subito la polmonite acuta complicata in seguito da setticemia. In poco tempo perde 30 chili di peso ed è ormai in punto di morte. Viene ricoverato il 29 gennaio, ma il primario dell’ospedale, dopo averlo visitato, invia superiori e familiari a rassegnarsi al peggio. La mamma, da sempre devota alla Madonna di Lourdes prega per la vita del suo amato figlio. Poco dopo la perizia e la scrupolosità di un radiologo riescono a individuare con precisione il focolaio dell’infezione.L’intervento successivo al polmone da esito positivo e il giorno della festa della Madonna di Lourdes il giovane Battista viene dimesso dall’ospedale. Tutte queste “coincidenze” possono passare inosservate a un non credente. Per don Battista invece sono certezze e conferme di un disegno Divino e di una speciale protezione da parte della Madonna di Lourdes alla quale rimarrà devoto per tutta la vita compiendo numerosi viaggi in pellegrinaggio alla Grotta, tanto che il 1 febbraio 1993 gli verrà conferito il titolo dal vescovo di Lourdes di “Cappellano Onorario di Nostra Signora di Lourdes”. La nomina, anticipatagli con un telegramma da Don Decio Cipollini, assistente nazionale dell’UNITALSI, gli verrà conferita personalmente dal vescovo di Vittorio Veneto mons. Eugenio Ravignani, il 6 giugno del 1993 nella Basilica di S.Maria di Follina.

IL PERCORSO DI SACERDOTE E LE PARROCCHIE

Nel 1969 vene assegnato alla parrocchia di FALZE’ DI PIAVE dove rimane per sei mesi.

Nel 1970. l’11 gennaio, giorno di gran freddo e di pioggia intensa, fa il suo ingresso a SARONE come parroco, dove rimane fino al 30 maggio 1982 quando l’allora vescovo mons. Cunial gli assegna la parrocchia di BIBANO resa vacante dalla scomparsa di Don Dionisio Ragazzon, il 9 aprile durante la processione del Venerdì Santo. Qui trova una grande accoglienza da parte dei parrocchiani, sempre pronti a sostenerlo nelle sue numerose iniziative. Tra le opere parrocchiali da lui intraprese, i suoi fedeli ricordano il 9 novembre del 1985 la consacrazione della chiesa parrocchiale a San Martino Vescovo da parte di mons. Eugenio Ravignani vescovo di Vittorio Veneto.

Nel novembre del 1998 una brutta influenza compromette per sempre il suo udito e lo costringe con grande sofferenza d’animo a lasciare la sua amatissima parrocchia di BIBANO. Da BIBANO infatti proveniva la nonna che lui amava tanto, Teresa Buoro in Barbaresco, conosciuta come donna di grande fede e per le sue virtù eroiche.

Nel giorno del Santo Natale del 1998 il vescovo di Vittorio Veneto mons. Alfredo Magarotto, ha voluto onorare don Battista con la nomina di Canonico della Cattedrale di Vittorio Veneto con il titolo di Monsignore.

LA PERSONALITA’ IL CARATTERE, L’UOMO DEL SORRISO

Le coincidenze sono il modo di Dio per rendersi anonimo” (Albert Einstein)

Chi ha avuto la fortuna di conoscere don Battista sa benissimo che la sua caratteristica principale era quella di avere sempre un sorriso sulle labbra. Con il suo sorridere trasmetteva quella tranquillità d’animo e quel senso di pace che erano le altre componenti del suo carattere. Il percorso che ha seguito per arrivare al traguardo tanto agognato del sacerdozio è stato difficile e pieno di difficoltà, ma le “Coincidenze” che per un fervido credente come lui altro non erano che piccoli grandi aiuti Celesti al fine di coronare un sogno. Il sogno di don Battista era quello di portare il Vangelo nel cuore dei suoi fedeli e di far conoscere l’amore per Maria, alla quale era profondamente legato dalla devozione trasmessagli da mamma Elisa che lo accompagnerà fino al giorno del suo ritorno al Padre, nel mese dedicato alla Madonna del Rosario, mentre a Codognè, suo paese natale si celebra in questi giorni proprio la festa della Madonna del Rosario. Un’altra “Coincidenza” di cui è costellata la sua vita. Una semplice coincidenza per i non credenti ma per l’uomo di fede ed il Buon Pastore che è stato don Battista, sicuramente un ABBRACCIO della Madre Celeste che oggi lo accoglie assieme alla sua mamma terrena nel Paradiso dei Giusti. (riproduzione riservata@piodalcin copyright)

Oggi 6 ottobre è una giornata speciale.


Il 6 ottobre per me e la mia famigliola è una giornata speciale. Nel 1951 i miei genitori Narciso e Maria Teresa si sono giurati eterno amore nel Duomo di Pieve di Soligo. Dal loro matrimonio sono nati tre figli. Bernardetta, Antonio ed io. Nel 2002 a luglio è nata Aurora. Francesca, mia moglie, ed io abbiamo deciso di rendere la giornata del suo Battesimo indimenticabile facendolo celebrare il 6 ottobre 2002 nella Antica Pieve di San Pietro di Feletto, fonte Battesimale dall’anno 1000. A San PIetro c’è un busto che ricorda la figura di Papa Giovanni XXIII il Papa Buono al quale abbiamo raccomandato la nostra piccola quando è nata. Quale occasione migliore quella di oggi per piantare nel piccolo giardino di casa un ulivo che ricordi questi lieti eventi? Piantare un albero in una giornata speciale, la rende indimenticabile a chi la pianta e a tutti coloro che verranno dopo di noi. Se oggi abbiamo degli alberi centenari nel nostro territorio è perché qualcuno si è preso la briga di piantarli cento anni fa.

Ringrazio papà Narciso per avermi trasmesso l’amore per la fotografia e il dialetto veneto e mamma Maria Teresa per avermi trasmesso la voglia di leggere e di scrivere nella nostra meravigliosa Lingua Italiana

I Mirellini. Una volta assaggiati non potrete più farne a meno.Leggeri, genuini con farine e olio Italiani….


Mangio grissini dall’età di cinque anni. Ne ho 63 tra pochi giorni. Mio padre, Narciso fu uno
dei primi a proporre i grissini di una nota ditta del Coneglianese in tutta la Sinistra Piave,
dove aveva l’esclusiva di questo prodotto che era totalmente sconosciuto. Papà con la sua
tenacia riuscì a costruire una rete di vendita che andava dalla Pedemontana alle spiagge
dell’Adriatico. Erano anni in cui non c’erano tasse e balzelli e la burocrazia era inesistente.
Papà è stato un “eroe del grissino”. Quando decise di smettere, per motivi legati alla
salute io avevo 15 anni, mio fratello 16 e tutta la clientela inevitabilmente, non avendo
ancora la patente di guida, passò di mano ad un’altra persona. “Questo quello che
succedeva ieri” All’inizio di settembre di quest’anno ero all’Osteria senza Oste a Guia di
Valdobbiadene, sulle Colline oggi Patrimonio dell’Unesco. Mi trovavo li con un gruppo di
cari amici, e Cesare De Stefani, il titolare dell’Osteria diventata ormai famosa in tutto il
mondo, con la sua consueta e proverbiale ospitalità ci ha servito dell’ottimo formaggio
fuso, della soppressa, e altre sfiziosità. Al centro tavola c’erano dei grissini che non avevo
mai visto prima. Erano corti e dello spessore del mio dito mignolo. Ne ho assaggiato uno,
accompagnandolo con una fetta di soppressa, Le mie papille gustative hanno inziato a
fare le capriole. Una specie di segnale è arrivato al mio cervello e sembrava dicesse: “Hai
sentito che buoni?” Ne ho preso un’altro, e poi un ‘altro ancora e poi un’altro. Non riuscivo
a smettere tanto erano buoni. Ho preso in mano il sacchetto bianco che li conteneva, ho
letto gli ingredienti, tutti naturali, farine leggere, olio d’oliva della calabria, mais. Guardando
meglio ho visto che erano prodotti a pochi passi da casa mia, a Cordignano. “Finalmente
un prodotto a chilometro zero” e con ingredienti tutti Italiani. Ho pensato. Ho fotografato il
sacchetto e con le informazioni utili il giorno dopo ero al panificio di Eros Talamini per
acquistarne alcune scatole. “Prova a farne a meno” è lo slogan con cui li propongo ai miei
amici e conoscenti. Una volta che li avrete assaggiati non potrete più starne senza.
Esagerato? Provare per credere. Contattatemi pure se volete provarli o passate da Eros,
dicendogli che avete letto questo messaggio. Non dimenticate di farmi sapere cosa ne
pensate. Vi assicuro che questo è un prodotto veramente e squisitamente naturale, con
ingredienti di qualità, Italianissimo, Venetissimo, Leggerissimo. Comunque vi ho avvertiti.
Non potrete più farne a meno.

Concludo con una recensione FISAR Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori. Ma sono sicuro che la cosa migliore da fare sia quella di aprire una confezione di questa bontà e asciarsi prendere dal gusto di un prodotto genuino, di qualità e a chilometro zero. “Al palato è asciutto e avvolgente, giustamente sapido con una leggera spolverata in
superficie di Grano duro che lo rende accattivante. Di dimensioni adatte si presta molto
bene alla degustazione in successione dei vini poiché la sua composizione organolettica,
quasi neutra, pulisce il palato e prepara la bocca al successivo assaggio. Prodotto
sostitutivo del pane, accompagna degnamente delicati antipasti in particolare prosciutto e
insaccati e secondi piatti dei quali supporta l’aroma e ne esalta il sapore. ….. Ottimo
prodotto della panificazione può essere consumato anche da solo.”

Questa la recensione FISAR Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori. Ma sono sicuro che la cosa migliore da fare sia quella di aprire una confezione di questa bontà e asciarsi prendere dal gusto di un prodotto genuino, di qualità e a chilometro zero. “Al palato è asciutto e avvolgente, giustamente sapido con una leggera spolverata in
superficie di Grano duro che lo rende accattivante. Di dimensioni adatte si presta molto
bene alla degustazione in successione dei vini poiché la sua composizione organolettica,
quasi neutra, pulisce il palato e prepara la bocca al successivo assaggio. Prodotto
sostitutivo del pane, accompagna degnamente delicati antipasti in particolare prosciutto e
insaccati e secondi piatti dei quali supporta l’aroma e ne esalta il sapore. ….. Ottimo
prodotto della panificazione può essere consumato anche da solo.”
Una soddisfazione grande per Oscar Talamini visto che questa recensione è stata scritta durante la manifestazione fieristica “Cucinare” 2015 a cui ha partecipato fornendo I Mirellini.

Il bello è stato che ogni loro prodotto è stato accompagnato in degustazione da questi ottimi e leggeri grissini durante le degustazioni. Al termine della fiera la recensione ha veramente motivato e soddisfatto il signor Talamini che ha continuato con grande determinazione a proporlo sul territorio, dove questo fantastico grissino (che si scioglie gustosamente in bocca lasciandoti un piacere inimitabile e la voglia di allungare la mano per prenderne un’altro).si sta diffondendo incontrando il gusto e le aspettative della gente.