San Polo. La chiesetta di S.Giorgio. Un’ultima cena che vi farà fare una domanda? Giotto? Da non perdere.


Un gioiellino nascosto ma facilmente raggiungibile dal centro di Ormelle. La chiesetta di S.Giorgio val bene una visita. Un’ultima cena che vi farà chiedere se siete davanti a un dipinto di Giotto tanto è bella. Gesu’ e gli apostoli mangiano gamberi e bevono vino rosso, due prodotti del territorio. Da non perdere .Nel silenzio della campagna tra Ormelle e San Polo di Piave, in località San Giorgio, si erge l’omonima chiesetta. La porta è aperta. Entrando in silenzio lo sguardo è subito catturato dall’ “Ultima Cena” dipinto con maestria da Giovanni di Francia nel 1466.

Prima di descrivere quest’opera che per la simbologia e la tecnica pittorica può sicuramente essere annoverata tra le migliori dedicate a questo tema, bisogna fare un passo indietro nel tempo. Dall’iscrizione in latino, sotto l'”Ultima Cena” si evince che gli affreschi furono commissionati all’artista con chiara volontà degli abitanti di allora (HOC OPUS). La stessa volontà è ritornata a vivere quando nel 1974, gli abitanti della frazione di S. Giorgio espressero la ferma volontà di restaurare questa straordinaria opera, assieme ovviamente alle altre presenti nella Pieve. Emblematico il discorso che fece uno dei promotori di questo restauro, il maestro Ircano Zanet, il quale, durante una pubblica manifestazione, culminata con un concerto, tenutasi il 9 novembre del 1973, sollecitò l’intervento dello Stato, ma non solo, allargandolo a tutti e motivandolo con parole che fanno riflettere “

E’ il caso quindi di domandarci se in una saggiamente ordinata gerarchia di valori non trovi posto(e magari anche un piccolo palco d’onore) la conservazione e quindi il restauro di questa chiesetta di S. Giorgio, che, in armonia di linee e con il linguaggio del colore, ci avvicina e ci rende partecipi alla vita degli antichi padri, che in questa terra operarono in fede e civiltà…[….] I nostri antenati quindi attraverso la realizzazione di questi affreschi nella loro chiesetta dimostrano quella sensibilità all’arte, coniugata alla fede, che in molti non si sarebbero aspettati. I veneti, dipinti troppo spesso come rozzi lavoratori e negli stereotipi , più portati ad alzare una vanga o un bicchiere di vino, dimostrano al contrario una sensibilità verso l’arte che li nobilita e ci rende fieri di appartenere a questo grande popolo.L’opera è di una semplicità veramente disarmante.. I dodici apostoli sembrano chiacchierare tra di loro con la cordialità che è solita di amici seduti alla stessa tavola. Diversamente da altre opere più famose i commensali sono in piedi. L’unico seduto, e volutamente imbruttito è Giuda che appare più piccolo degli altri. I particolari sul tavolo arricchiscono l’opera d’arte con la oggetti e cibo di comuni, che ci avvicinano ancora di più a una figura del Cristo famigliare, consueta, vicina al quotidiano. Gli altri tre riquadri devozionali presenti nelle pareti della chiesa ritraggono “La Madonna con bambino in trono e San Francesco d’Assisi” “San Sebastiano e San Bernardino da Siena” “San Giacomo Maggiore e SAnt’Antonio Abbate” ad opera dello stesso autore e datati nello stesso anno il 1466.Una chiesetta che vale sicuramente la pena visitare e che pur essendo geograficamente collocata nel comune di S.Polo di Piace, si raggiunge in un paio di minuti dal centro di Ormelle.

Un Gioiello tra le Colline. Nascosto e aperto un solo giorno all’anno.


I segreti e le leggende della chiesetta di San Michele a Miane, che apre in segreto una volta all’anno

La chiesetta di San Michele Arcangelo è ben nascosta tra i vitigni delle Colline Patrimonio dell’Unesco: un luogo ameno, tra le colline di Serre, a Miane, che ispira pace e meditazione costruito circa nel 1340 dai monaci benedettini della vicina Abbazia di Follina.

Il luogo è tranquillo e isolato, probabilmente scelto allora dai frati per poter ritirarsi in meditazione e preghiera, lontani dai rumori e dal trambusto quotidiano. Il moto “Ora et Labora” (prega e lavora) si addice benissimo a questo solitario borghetto composto da tre edifici separati ma vicini tra loro. Al centro la piccola chiesetta che dall’esterno non presenta caratteristiche tipiche del secolo in cui è stata edificata.

A sinistra, volgendo le spalle alla piccola porta d’entrata si trova il vecchio rudere, che fungeva da refettorio, dove i frati si riunivano per i frugali pasti che dividevano con i bisognosi che salivano fin quassù, sicuri di trovare ospitalità.

A destra la vecchia stalla dove i benedettini alloggiavano il bestiame che avrebbe fornito latte per i formaggi e carne per il loro sostentamento. Le viti circondano i tre edifici e sicuramente anche allora il vino era di buona qualità.

Lo sguardo del visitatore si perde, spaziando a 360 gradi tra le Colline, regalando una vista unica, che coniuga la vera essenza di questi luoghi con la sua storia più antica.

DSC 1473

Si può solo immaginare come potrebbe essere d’inverno, con la neve: un vero e proprio Presepe oppure tornare indietro nel tempo e immaginare i frati Benedettini che lavorano i vigneti, accudiscono il bestiame nella vicina stalla, per poi pranzare assieme nel piccolo refettorio, con i loro prodotti, come olio, vino, formaggio,e pane sicuramente fatto in un vecchio forno.

Questa è la chiesetta di “San Micel” che viene aperta al pubblico una sola volta all’anno, in una data che non verrà svelata per tutelarne la pace e la tranquillità.

L’interno si sviluppa in uno spazio lungo e ristretto, adatto per poche decine di fedeli. Anche qui mancano i riferimenti all’epoca di costruzione ma l’occhio è attratto quasi subito dall’originale altare ligneo sul quale troneggia una pala centrale che raffigura una Madonna con Bambino ai piedi dei quali sulla destra S. Antonio con il giglio che lo contraddistingue in mano rivolge lo sguardo alla Vergine, e sulla sinistra San Michele che tiene in mano una bilancia a significare la Giustizia. Ai suoi piedi raggomitolato e sconfitto il demonio. Ai lati della pala due figure femminili.

L’occhio del visitatore è subito attratto dall’altare ligneo originale e dalla “pala” che è posta sopra di esso, rappresentante la figura della Vergine con il Bambino alla destra della quale la figura familiare di Sant’Antonio da Padova con in mano un bel giglio bianco. A sinistra, la figura di S. Michele Arcangelo con la spada mentre controlla Lucifero, ormai sconfitto e inerme ai suoi piedi.

Si racconta, inoltre, che un’acqua sgorgante a valle, una volta benedetta in questo luogo sacro, divenisse miracolosa, tanto da scacciare i demoni e guarire le streghe. La dedicazione a San Michele, vincitore su Lucifero, testimonia questa peculiarità.

DSC 1491

La chiesetta cominciò a diventare punto di raccolta di olio, vino, uva, sorgo, frumentone per le parrocchie della Pieve di Miane; la tradizione di consegnare il quartese, cioè la quarantesima parte del raccolto presso San Micèl, si protrasse fino ai primi anni settanta.

L’edificio è stato ristrutturato più volte nel corso dei secoli e gli affreschi originali sono stati, purtroppo, ricoperti. il triangolo sopra la pala: rappresentante il Creatore circondato da cherubini che, indicandoci la colomba dello Spirito Santo, sembra aprirsi in un amorevole abbraccio verso l’intera umanità; le due tele ai lati dell’altare, a sinistra per chi guarda: dedicazione a Sant’Agata con martirio tramite asportazione di entrambi i seni; a destra: dedicazione a S. Eulalia con martirio tramite asportazione di entrambe le mani.

Cesare De Stefani, dell’Osteria Senz’Oste, è da sempre un assiduo frequentatore di questo luogo ameno: “Vengo qui da tanti anni ormai – dichiara l’Oste più famoso d’Italia – È un posto dove vengo a riposare la mente e lo spirito, a meditare. Mi siedo da solo guardando le Colline, mi sembra di respirarne la Storia. È un luogo speciale dove rimanere in silenzio e ascoltarsi, staccare la spina, isolarsi anche se solo per un’ora dal trambusto quotidiano”.

(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it).
(Video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
#Qdpnews.it

Due Eroici Vecchietti sulle Colline di Conegliano Valdobbiadene dal 1865


Da Gino e Beppa Gallina: la più antica osteria delle colline Unesco. La battaglia più dura? Resistere per ricordare

Se i “casoin” rappresentano per le Colline di Conegliano-Valdobbiadene e l’intero territorio l’ossatura e la storia, le osterie, quelle più antiche ne rappresentano l’anima. Un caso su tutti è l’osteria Gallina, a Santo Stefano di Valdobbiadene, senza ombra di dubbio la più antica, non solo delle Colline promosse dall’Unesco, ma di tutta la Sinistra Piave.

Nel 1865 la gestiva Pietro Gallina e non erano chiamate “osterie” ma “punti di riferimento” e in seguito “frasche”. A testimoniare la longevità di questa “bomboniera del passato” le vecchie foto appese al muro, in fondo alla sala principale, arredata con semplicissima cura, pulita e sobria.

La prima a sinistra ritrae Pietro, il nonno di Gino Gallina, l’attuale gestore, classe 1941. È un uomo con i baffoni stile ottocentesco, abbottonato in una splendida divisa militare. Alla sua sinistra il papà di Gino, Giovanni che l’ha gestita per 55 anni. Dopo le foto un vecchio ma funzionante orologio scandisce le ore.

“Quande che tu mor cavon l’orolojo e meton su la to foto… i me à dita cusì” scherza la siora Beppa, l’arzilla moglie del gestore, una grinta da vendere, il sorriso sempre acceso su quelle gote che danno il senso della cuoca casalinga pronta a servire un buon bicchiere di Cartizze, un tagliere di affettato con un pane che sembra appena uscito dal forno o un buon caffè corretto.

“Vede quella foto lassù?” dice, indicando un bambino con i riccioli -. È il mio Gino all’età di sette anni”. Lui si avvicina e teneramente si stringono per una foto ricordo. Sembrano due ragazzini innamorati (nella foto di copertina).

la più antica osteria 2

Un’altra vecchia foto testimonia la longevità di questo locale: è la foto del cinquantesimo di matrimonio di Giovanni Gallina, papà di Gino: “Prima di mio suocero Giovanni c’era suo padre e questo ci porta alla fine dell’Ottocento. Questa osteria era qui durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. Oggi siamo ancora qui, cerchiamo di tenere duro e andare avanti, anche se la battaglia più dura è quella con la burocrazia”.

Il paradosso è che realtà come questa, che rappresentano veramente l’anima di quello che ha portato queste Colline ad essere conclamate come Patrimonio dell’Umanità, rischiano di chiudere. Sarebbe veramente come vedere sparire una specie dalla faccia della Terra.

Questa osteria, assieme alle altre piccole realtà sparse su tutto questo meraviglioso territorio, non solo rappresentano, ma sono il vero Patrimonio dell’Umanità.

A fianco del locale il prezioso vitigno. È sempre rimasto uguale da allora, a testimoniare il binomo tra accoglienza, rappresentata dall’osteria con cucina, e il lavoro della vite che, grazie a questo frutto della terra, ha reso famoso nel mondo questo territorio da cui trasuda veramente l’Umanità di chi lo vive e lo abita da secoli.

Il vigneto ha una pendenza da brivido e la Beppa ne sa qualcosa: quattordici anni fa perse l’equilibrio, durante la vendemmia, rotolando rovinosamente per decine di metri.

Arrivò l’elicottero del Suem. Non potendo atterrare era necessario calare il medico per i primi soccorsi con il verricello, fu usato anche un fumogeno per indicare meglio la posizione della sfortunata signora che si fratturò un paio di vertebre: “Ho fatto dieci giorni di ospedale, poi una lenta convalescenza e pian pianino mi sono rimessa in piedi”.

In piedi come una vecchia quercia, in piedi come questa antica osteria che dà ancor oggi la sensazione di entrare in un mondo che appartiene al passato, dove la tovaglia blu con i cuoricini bianchi ospita un tagliere con una soppressa dal profumo antico. L’immancabile Cartizze servito nei “goti” da ombre e alla fine un buon caffè con la “graspa”.

È qui che si ha la sensazione di rivedere come in un vecchio film tutte le scene di un passato che ci appartiene, che non deve essere cancellato ma va tutelato come patrimonio storico, come si fa con le auto d’epoca, che non pagano il bollo, così dovrebbe essere per questi storici locali.


(Fonte e foto: Pio Dal Cin © Qdpnews.it)
#Qdpnews.it

Vittorio Veneto. E’ mancato Antonio Palazzi, grande uomo e storico ristoratore del nostro territorio. Il ricordo di Luca Zaia.


Caro Tonino, Fino a ieri ti ho sempre chiamato “signor Palazzi”. Oggi che hai deciso di lasciarci mi permetto questa libertà. Abbiamo lavorato assieme all’Hotel TERME negli anni SETTANTA. Io ero un giovane receptionist, tu il proprietario dell’Hotel e del RISTORANTE che in quegli anni era identificato come “Il RISTORANTE di VITTORIO VENETO”. Ricordo i tuoi modi gentili e rispettosi verso tutti, ei un instancabile lavoratore, preciso e attento; ordine e pulizia le tue regole basilari. Eri riuscito a rinnovare la CUCINA VENETA facendola sposare con quella della tua TERRA d’origine, le MARCHE. Dietro la reception dell’hotel dove svolgevo la mia attività di portineria c’era un minuscolo ufficio, dove entravi spesso. Eravamo spesso in contatto durante la giornata e di tanto in tanto veniva fuori il tuo sottilissimo senso dell’umorismo. Ci concedavamo una breve pausa, un sorriso e poi di nuovo al lavoro. Mi piacevi anche quando ti arrabbiavi perchè avevi un modo tutto tuo di sfogarti, che terrò segreto e conserverò nei miei ricordi. Sei sato veramente un uomo buono e chi, come me, ha avuto il privilegio e l’onore di conoscerti non ti dimenticherà. Adesso sono sicuro che riposerai in pace, hai sempre lavorato tanto, eri instancabile e inarrestabile. Ti mando un ultimo abbraccio. E’ stato un vero piacere TONINO, SIGNOR PALAZZI.

IL RICORDO DI LUCA ZAIA- Presidente della Regione Veneto.

Perdiamo un pezzo di storia, un protagonista assoluto dell’immagine della ristorazione veneta e trevigiana in particolare. Il suo nome richiama alla mente il Cocofungo, il più vecchio circuito di ristorazione in Italia, ma anche il Cocoradicchio e soprattutto una scuola di accoglienza, fondata su professionalità e tradizione che ha fatto grande nel mondo la nostra regione. La scomparsa di Tonino a pochi giorni da quella di Arturo Filippini ci lascia nuovamente orfani di un gigante della ristorazione veneta. Era un uomo appassionato della sua professione, appresa ai più alti livelli lavorando duramente da giovane a Milano, fino a esprimerla pienamente all’Hotel Terme di Vittorio Veneto che con lui divenne un riferimento internazionale della cucina. Suo merito indiscusso è stato quello di aver intuito il futuro, coniugando una gastronomia tradizionale, come quella delle nostre terre, con una cultura dell’accoglienza e del servizio in sala basati sulla preparazione e la professionalità ai più alti livelli. È stato un modello per molti colleghi e penso tutti dobbiamo essergli grati. Nei quarant’anni dal 1974 al 2013 al Terme e in quelli successivi a Castelbrando non è stato solo un grande imprenditore del settore che si è dedicato anima e corpo al suo lavoro. Fu anche una fonte di idee per diffondere la conoscenza di tutto il territorio come negli anni che fu alla guida del Consorzio di Promozione Turistica di Treviso. Insisteva che la gastronomia veneta aveva le carte in regola per presentarsi in tutto il mondo e, infatti, la portò in Asia, in America e in tutta Europa. La scomparsa di Antonio Palazzi mi rattrista e mi lascia sgomento. Ai familiari esprimo, insieme alle condoglianze, esprimo la mia vicinanza, assicurando che il ricordo del loro caro sarà indelebile tra i Veneti che hanno costruito il Veneto come lo conosciamo oggi”.

Vittorio Veneto e la sua Diocesi saluta (non piange) il suo “Vescovo delle Barzellette” Mons. Eugenio Ravignani


Si è spento nella notte tra giovedì e venerdì mons. EUGENIO RAVIGNANI emerito vescovo di Vittorio Veneto. Conosciuto per i suoi modi pacati, per le sue omelie toccanti e per il suo spiccato senso dell’umorismo. “Lo ricordo durante un viaggio a Lourdes- Racconta in un post una fedele- Ha rallegrato il treno dell’Unitalsi con le sue barzellette.” Nella foto qui sopra che casualmente lo ritrae assieme a “Vento”, Alfredo Posocco quando giocava a pallone con il”grande”Vittorio Veneto”, ha appena finito di raccontare una barzelletta in piazza duomo. L’ultima volta che l’ho visto è stata in occasione di una Messa in ricordo dell’amato don MARIO DALL’ARCHE , parroco di Cappella Maggiore e scomparso prematuramente a causa di una lunga malattia. Ricordo infine, negli anni OTTANTA grazie a lui riuscii ad entrare nel CONVENTO DI CLAUSURA di S. Giacomo di Veglia e realizzare un servizio sulle suore che ho pubblicato allora su L’AZIONE quando il direttore era il mitico DON GIOVANNI DAN. Tanti ricordi di un Buon Pastore, di un uomo buono e sereno che trasmetteva felicità e serenità a tutti (pio dal cin- riproduzione riservata- copyright foto e testo 2002 -anche uso parziale vietato senza espluicito consenso dell’autore)

Luca Zaia, Grande Luca. Al Veneto al te ringrazia. (In diaetto Veneto.)


Stasera vui scriver de Luca. Pi che scriver vorie ringraziarlo par quel che l’ha fatt pari Veneti e pal VENETO. Ormai a mezodì e mezo se ferma anca i Jevri in tei camp par scoltar quel che l’hà da dirne, SE no me sbaglie dovarissi essere vizini ai 80 dì de FILA, ogni di a sciorinar numeri, a dirne de PORTAR LA MASCHERINA, a star lontani e no GASARSE MASSA parché anca se ven scomenzà a moverse la “PARTIDA” (come che la ciama lu, no l’è finida. Sto semo de virus a l’è come na RUMOLA. TE sa che l’è là sotto ma te lo vede. Ogni tant però fioi, bisogna ricordarse de dirghe GRAZIE a sto FIOL. LUCA l’à dimostyrà de esser un vero comandante, sia in tel ben che in tel mal. Prima al ne à portà a casa le OLIMPIADI a CORTINA, i CAMPIONATI DEL MONDO, LE COLLINE PATRIMONIO DELL?UNESCO. Tra na ROBA (varda che in Italian se disaria “COSA”) e quelaltra al ne à parà al cul da DO ALUVION e da VAIA. ADESS col VIRUS i varda tutti cossa che l’à fatt al VENETO e i COPIA al MODEL. HAVARD, FINANCIAL TIMES, NEW YORK TIMES, se disè LUCA ZAIA I LO CONOSSE DAPARTUTT.

LUCA al podaria aspirar a qualsiasi carica istituzional del PAESE. Daprimo ministro a presidente. MA meteveo ben in testa: LU AL VOL STAR QUA, in mezo ala so zent, in tea so tera parchè LUCA l’è nassest a CONEJAN e l’à le radise fonde come quee de na QUERCIA. Adess al se à mess in testa de portar a casa l’AUTONOMIA.

MI son stuf de sentirme dir daa zent:” Ah,,,no i ne la dà no i ne la dà, massa schei ghe manden zo a ROMA, no i ASSA andar la VACCA fin che i POL MONDERLA” Basta ragionar CUSSI’, bisogna che ghe credene a sta AUTONOMIA… ma cossa ela po? VEO VIST come che al se à comportà LUCA in te sti do mesi de emergenza? L’à scoltà le diretive del GOVERNO ma l’à savu anca andar contro corrente e far dele ordinanze (col supporto scientifico dei MEJO DOTTORI CHE VEN QUA IN VENETO) che ne à permess do robe: LIMITAR AL NUMERO DEI MORTI, anca se i reesta tanti la podea andar veramente pezo, e de goder de un po de pi LIBERTA’ DECISIONAL quando che le robe le à comincià a andar mejo

Questa saria la vera AUTONOMIA. Al Governo al te da dee direttive e ti te decide in base a dove che te vive e te opera che norme e che leggi applicar. PUNTO. Eo tan diffizile? Varda che fea cussì anca i ROMANI quando che al so territorio l’era deventà massa grando. LA PALESTINA dove che i à copà al SIGNOR l’era governada da PILATO. SE in VAL D’AOSTA VIEN DO METRI DE NEVE, no te podarà mai ver le stesse leggi che te à in BASILICATA o in TOSCANA. Ogni region kl’à da decider par la so terra, par i so costumi, i so piatt, i so vin, le so tradizion. NO pol saver al GOVERNO CENTRAL de ROMA, fatt par la maggior parte de BUROCRATI cossa che sia bon par la LIGURIA o la PUGLIA. Savarà mejo chi che vive e lìè cressest là, come so pare, so nono e so bisnono,

Adess basta, no vui tirarla massa longa se no al BRODO SE SLONGA MASSA. Vui solche dirghe a LUCA: Grazie LUCA te si stat veramente all’altezza de un momento cussì difficile e strano, e no l’è facile tegner cont de tutt e de tutti. Ma al VENETO al riesce sempre a tirar fora al mejo quando che le robe le va pezo. Ringrazien al PADRETERNO che al te à mandà proprio quà, in te sta Tera de tante robe bele, de zent che à voja de far ben e no de ciacole.

Lettera di una parrucchiera: “Non va tutto bene”


Non conosco personalmente Susanna Candian, ma come succede in questo mondo virtuale che ci accomuna è facile trovarsi come nel traffico di una grande metropoli , fianco a fianco, a un semaforo rosso. Io mi giro, lei si gira, i fiestrini sono abbassati. Un sorriso e la solita domanda di rito:”Come va?” Ecco cosa sono a volte i social, un mondo dove le vite di estranei si incontrano e condividono i loro pensieri. Non c’è timidezza o paura, siamo vicini ma lontani allo stesso tempo, protetti da uno schermo luminoso dove le parole che scriviamo si rincorrono e possono essere di gioia, dolore, sfogo e tristezza. Sappiamo che qualsiasi cosa scriviamo non ci succederà niente di male se non aver aperto il nostro cuore all’ascoltare a volte anche i problemi degli altri. Susanna mi ha scritto stasera tardi:”Buonasera Pio, seguo i suoi articoli da qualche tempo.Mi permetto di girarle il mio pensiero di oggi.” L’ho letto e le ho detto che l’unica cosa che avrei potuto fare era quella di condividere il suo sfogo, il suo pensiero qui, nel mio modestissimo blog, che scrivo da anni. Lo faccio perché scrivere per me è come respirare e credetemi, non ho mai guadagnato un centesimo da uno dei miwei post. Lo faccio per passione e continuerò a farlo fino a quando le dita non ce la faranno più a camminare veloci sulla tastiera, o fino a quando non riuscirò a connettere i miei pensieri. Detto questo non mi resta che copiare ed incollare il pensiero di una delle tantissime parrucchiere d’Italia che chiedono di poter svolgere il loro lavoro. Come si può mi chiedo, rimanere insensibili a tutte queste domande, fatte da chi ha un’attività in proprio da difendere, affitti, mutui da pagare, tasse soffocanti, bollette. Sarebbe ora che lo STATO facesse vedere il suo volto UMANO, ammesso che ne abbia uno. Io non credo ma spero in un mondo migliore, fatto di BUONSENSO e di COMPASSIONE, dove COMPASSIONE significhi CONDIVIDERE CON GLI ALTRI LE SOFFERENZE DEL MOMENTO, non “compatire”, (quella è una cosa che non ci appartiene). Siamo VENETI, abituati a cadere e a rialzarsi sempre più forti, però adesso basta! Il grido di dolore venga ascoltato; buttate la burocrazia, bvuttate le tasse, buttate i gabelli che ci soffocano, lasciateci vivere, lasciateci lavorare. Questo è il post di SUSANNA CANDIAN ma potrebbe essere il post di TUTTI COLORO CHE HANNO UNA PARTITA IVA, un’attività.

💥NON VA TUTTO BENE!💥Ogni giorno, da due mesi ormai, mi ripeto che andrà tutto bene, ma più passano i giorni meno ci credo.Abbiamo appreso che per il governo la categoria degli acconciatori è considerata una delle più a rischio contagi, e quindi saremo tra le ultime a riaprire.E il perché proprio non lo capisco!Da sempre un ambiente curato e pulito nel settore della bellezza è sinonimo di qualità del sevizio.Invece ci dipingono come propagatori di virus.Quale Cliente sarebbe attratta da un salone sporco e trasandato?Questa è la prima regola per avviare un’attività come la nostra.Dati statistici confermano che tra gli operatori in prima linea a stretto contatto con il virus, che hanno adottato le giuste precauzioni, la percentuale di contagio è stata bassissima (attorno al 1%, fonte diretta Luca Zaia del 05/05/2020).Quindi, in un ambiente sanificato e pulito, dove accedono persone sane (perché si presume che se uno ha la febbre non vada dal parrucchiere), vorrei capire dove sia il rischio di contagio!Ne abbiamo sentite di tutti i colori sui presidi anti contagio da adottare in salone, molti dei quali inapplicabili. Ma alla fine nulla si è concretizzato, tranne il fatto di dover restare chiusi fino al 1 Giugno (forse).Senza contare il fatto che se i contagi dovessero aumentare di nuovo, a causa della cattiva condotta di molte persone, saremo costretti a chiudere ancora chissà per quanto o non riaprire affatto.Qual’è la soluzione? FATECI RIAPRIRE, PERCHE’ IL NOSTRO AMBIENTE E’ PIU’ SICURO DI TANTI ALTRI! ED E’ PIU’ SICURO DI CHI LO FA ABUSIVAMENTE!Nella mia vetrina, con questo messaggio così forte, voglio gridare al Mondo cheNON VA TUTTO BENE!Questo si deve sapere.P.S.: è ora di sfatare il mito che il Parrucchiere non è un ambiente sano! #susannacandianhairandrelax#nonvatuttobene#fateciriaprire#parrucchieripadova#ilovemyjobLuca Zaiail mattino di Padova

.