Samuel Artale. “Perche’ l’hai fatto?” Si chiedono oggi migliaia di giovani studenti, i loro insegnanti, tutti.


Dovevo arrivare alle 9 in punto a Padova. Localita’ Guizza. Non ci ero mai stato, ma le tecnologie moderne ci permettono di trovare un qualsiasi punto sulla Terra senza possibilita’ di sbagliare. Il mio compito era quello di prelevare il signor Samuel Artale, sopravvissuto ad Auschwitz, condurlo a Codogne’, dove avrebbe parlato a circa duecentocinquanta ragazzi delle medie di Fontanelle e Codogne’, coadiuvati dalla preside e dai professori che tanto avevano a cuore questo incontro che per loro sarebbe stato memorabile. Dopo , alla fine della giornata con gli studenti, l’avrei riaccompagnato a casa: quattrocento chilometri in tutto tra andata e ritorno Codogne’-Padova- -Padova-Codogne’ Codogne’Padova Codogne’. Ho guidato il taxi a Miami negli anni Ottanta. Percorrere quattrocento chilometri al giorno non era un problema, anzi, era il pane quotidiano. Decisi di partire presto, prima delle 7. Avrei trovato meno traffico e se ci fosse stato qualche imprevisto avrei potuto contare su un’ora di scarto per non essere in ritardo. Avevo avuto una conversazione telefonica con il signor Artale il giorno prima, durante la quale mi aveva spiegato come accedere alla sua abitazione. Tutto filo’ liscio, e dopo un’ora abbondante ero dove avrei dovuto essere. Aspettai le 9 e suonai. Mi rispose lui indiocandomi ancora una volta su come procedere tra un cancello e un citofono.

Ed eccolo venirmi incontro, accompagnato da una donna (la sua badante pensai, o sua moglie) . Lei mi indico’ un garage dove c’era un grande scatolone che conteneva i libri che caricai a fatica nel sedile posteriore, dove trovo’ posto la signora che in seguito seppi essere la sua badante. Parlo’ pochissimo durante il viaggio e Samuel Artale seduto davanti, con me, instauro’ durante il viaggio una conversazione fatta di domande e risposte secche, intervallate da lunghi silenzi. Non sapevo in realta’cosa dire. Avevo paura che una qualsiasi mia domanda potesse risultare indiscreta. Aspettai che fosse lui a farmene qualcuna. Lo fece fino a quando si rese conto che parlando avevo rallentato l’andatura. “Puo’ andare piu’ veloce? – Mi chiese- Dobbiamo essere li alle 10 e vorrei andarea far colazione in una pasticceria che conosco bene, vicino a Codogne'” Tanto basto’ a farmi mettere il “turbo”. In silenzio, con le mani posizionate nella presa di sicurezza conosciuta come “dieci e dieci” (pensate ad un orologio che segni quest’ora) spinsi l’auto al massimo consentito in autostrada e poco dopo un’ora e un quarto eravamo seduti a bere un caffe’nella pasticceria che lui stesso mi aveva indicato.

All’arrivo al Palablu’ di Codogne’ ci venne incontro una delle professoresse che accolse Artale con estrema gentilezza accompagnandolo all’interno dove fu accolto da un lungo applauso da parte degli studenti che, dopo averlo calorosamente accolto, si sedettero in semicerchio di fronte alla cattedra da dove di li’a poco avrebbe rivolto il suo commovente racconto.

Inizio’ premettendo che alla fine avrebbe risposto alle domande dei ragazzi , pregandoli di evitare quelle politiche e religiose . Inizio’ il suo racconto con una esile voce, amplificata a dovere dal microfono. Mentre sciorinava il suo racconto i ragazzi sembravano ipnotizzati dai particolari a volte agghiaccianti che uscivano dalla sua bocca con una totale freddezza e un distacco che gelava il sangue nelle vene. “Quando scendemmo dal treno cercarono di separarmi da mia madre, lei si oppose e un soldato le sparo’ uccidendola davanti ai miei occhi”

Il racconto continuo’ raccontando della lotta per la sopravvivenza:” Avrei fatto qualsiasi cosa per un po di cibo” e altri particolari. Alla fine le braccia dei ragazzi sembravano una foresta, tanto era la curiosita’ e la voglia di fare una domanda a quel vecchio che era riuscito a scampare vivo da quell’orrore , per trasferirsi poi negli USA ed arruolarsi nella U.S. Navy e laurearsi in ingegneria. Poi il trasferimento in Italia e l’apertura di uno studio a Padova .

Alla richiesta di mostrare il numero con il quale erano “marchiati” i prigionieri di Auschwitz, tutti i ragazzi in piedi, con grande curiosita’. Ricordo pero’ che cerco’ di impedirmi di fotografare il numero, ma era troppo tardi. Solo oggi, ho deciso che avrei pubblicato questa foto perche’ IL GAZZETTINO dei giorni scorsi ha pubblicato un dossier nel quale il signor Artale viene smentito nella sua ricostruzione e tutto quello che ha raccontato non corrisponde alla verita’

Ne e’ risultata la cancellazione di tutti i suoi prossimi appuntamenti e una nota della senatrice Segre che si delineava, allontanandosi in ogni modo, dall’essere associata con il personaggio fasullo di Artale.

Oggi, come migliaia di altre persone che lo hanno sentito parlare, incontrato, che gli hanno stretto la mano ammirando la sua forza d’animo, mi sento triste e preso in giro. Di tutto il suo discorso durante il quale continuava a ripetere che “E’ stato l’odio a tenermi in vita” salvo solo una frase che ha detto ai ragazzi che pendevano dalle sue labbra : “Studiate, studiate. La conoscenza che deriva dallo studio e’ l’unica cosa che non riusciranno a portarvi mai via”.

Voglio concludere questo mio racconto con il messaggio che ho inviato personalmente a Samuel Artale o quale sia il suo nome. Aveva condiviso con me il suo numero di telefono e via Whatsapp mi aveva chiesto di dargli una mano a vendere alcune delle diecimila copie che aveva fatto stampare del suo libro. “

“Mi spiace leggere quello che ho letto oggi su di lei. Ancor di piu’ mi spiace per le migliaia di ragazzi che venendo ad ascoltarla lei ha preso in giro inventandosi delle storie non vere e smuovendo le loro anime, i loro cuori, le loro emozioni. Spiegare a loro oggi chi lei sia risulta molto molto difficile ed e’ un colpo molto forte che lei ha sferrato con le sue bugie a questi uomini e donne del futuro, che grazie a lei si porteranno dietro questo bagaglio emotivo per molto tempo. Una violenza che non si puo’ toccare con mano e non si riesce a quantificare ma che non e’ diversa da una violenza fisica, tanto e’ il male che puo’ aver causato. Anch’io come tutti le avevo creduto, mi ero commosso, ma noi “grandi” riusciamo a superare e a metabolizzare queste cose piu’ in fretta. I ragazzi pagheranno un biglietto piu’ salato. Ci pensi pure signor Samuel, prima di addormentarsi, si metta una mano nella coscienza (ammesso che riesca a trovarla) e si chieda il perche’, come oggi stiamo facendo tutti. Non esiste una ragione , ma nemmeno una scusa. Alla sua veneranda eta’ non le rimangono moltissimi anni su questa terra e prima o poi verra’ il giorno del giudizio divino al quale nessun uomo riesce a scampare. Chissa’ come riuscira’ a guardare in faccia il suo giudice e quali scuse accampera’. Non saro’ certo io a puntare il dito e a scagliare la prima pietra contro di lei. L’unico giudice delle nostre colpe non e’ di questo mondo. Fa ancora in tempo a chiedere scusa, forse e’ l’unica cosa sensata che potrebbe fare oggi signor Artale, chiedere scusa.ma forse non bastera’ a farsi perdonare…. chissa’